Di mamme e di genitorialità, di scelte e di rinunce, di draghi e di desideri, del tempo che passa e di un chissàdove…

Lei viveva in un luogo dove passato e presente, ieri e domani, prima e dopo non esistevano. Un luogo dove l’estate non arrivava prima dell’autunno e la sera non veniva dopo la mattina. Dove il sabato e la domenica erano uguali agli altri giorni della settimana. Le ore, i minuti e i secondi non passavano sopra alla sua testa, né visibili né invisibili. Un luogo dove non si avevano rimpianti per quello che era già successo o paura di quello che ancora doveva capitare. Lei viveva adesso. E il tempo era suo amico.

Io vivevo in un luogo dove si aveva nostalgia di quello che era successo ieri e preoccupazione per quello che accadeva domani, dove si contavano le ore, i minuti e i secondi che separavano l’estate dall’autunno, la mattina dalla sera, la domenica dal lunedì. Io vivevo nell’attesa, sospesa tra il desiderio e la realtà. Il tempo era la mia guerra.

Noi ci siamo incontrate un giorno, a quell’ora precisa, a cavallo di un drago, mentre il vento soffiava forte e le sue ali tese volavano veloci portandoci in un lontano chissàdove. Per la prima volta nella sua vita lei si era spaventata del vuoto sotto di sé. Per la prima volta nella mia vita io non avevo avuto paura perché quel vuoto lo conoscevo bene.
L’ho presa tra le mie braccia e me la sono stretta al petto. Insieme cavalchiamo il nostro drago.
Insieme verso chissàdove.

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P.S. Non mi sono fumata niente di strano e, per ora, non faccio ancora parte del gruppo degli alcolisti anonimi. È soltanto colpa del mio passato da studiosa di storia medievale, son cose che lasciano il segno, e allora sì, nel Mezzo Mondo di Uescivà i draghi esistono. E, spesso, per mettere a fuoco certe questioni che mi stanno a cuore mi viene più naturale ed efficace usare una “visione”, piuttosto che l’articolazione di un discorso.

P.P.S. Per Sofia ho dovuto fare molte scelte difficili e molte rinunce, è stato ed è difficile(issimo), a volte mi arrabbio con il mondo e con il sistema, mi preoccupo, mi angoscio e via dicendo. Sono dovuta ripartire da zero, cambiare mille lavori, ingoiare molti rospi, fare orari assurdi, essere nervosa e stanca. Non ho quel che si può chiamare un bel carattere e sono decisamente una tipa più “pessimista” che “ottimista”. Quindi non è frutto di un’inclinazione personale: ma non mi è mai capitato di provare rimpianti. Non credo nelle scelte sbagliate. In quelle sofferte e difficili sì. Se devo mettermi a fare la conta, sono più le cose che ho scoperto e imparato, le cose che posso regalare a Sofia in termini di esperienza, le persone che ho incontrato, di tutto quello che ho dovuto lasciare. Ogni cosa, anche quella più controversa o paradossale, mi ha finora insegnato qualcosa e desidero portarla con me e darla a mia figlia, nel bene e nel male. Raccogliendo gli errori dove sono stati, dove sono e dove saranno, perché anche gli errori e il tempo che passa sono parte del cammino, perciò preziosi. Perciò senza rimpianti*.

***

Vivo nelle attese
e mi consumo senza pazienza
il tempo è la mia guerra.

Guardare quello che non si può vedere
chiamarsi da lontano e aspettare
ciascuno il proprio arrivo.

Il tempo è la nostra occupazione misteriosa
grandioso sfinimento.

***

*A proposito di:
Bisognerebbe fare i figli a 50 anni (per poterseli godere senza dover dimostrare che si può fare tutto)
Quello che mi manca
Di ministri col pancione, emancipazione femminile e donne senza scelta

O voi signori che scrivete le sigle dei cartoni animati…

Che felicità dolci a volontà, è l’incanto che scende nel cuore
che scalda il pancino con amore…

***

Dato che la legge del contrappasso esiste, come già vi dicevo, da tanta madre stonata come una campana è saltata fuori una pisquana molto intonata che adora le canzoncine di ogni tipo. E, ora che le sue proprietà linguistiche stanno esplodendo, la ragazza assorbe come una spugna qualunque cosa le capiti a tiro ripetendola a nastro. Quindi, da un po’ di tempo a questa parte, mi capita (ebbene sì, mi stupisco sempre anche io di questo fatto, l’istinto materno esiste veramente!) di stare attenta a tutto quello che il suo radar auricolare supersonico intercetta.
Succede così che mi accorgo di cose a cui prima non avevo mai badato più di tanto. Per esempio: i testi delle sigle dei cartoni animati…
Un giorno la sento cantare a squarcia gola qualcosa che riguarda un albero blu, la felicità, qualcosa del genere, non ci faccio caso, poi anche il giorno dopo lo stesso motivetto, finché non arriva e mi chiede:

Mamma perché la felicità è un albero di ghiaccio blu?

Pausa di riflessione. Unisco i puntini prima di rispondere, prima che una risposta sbagliata, anche solo di qualche millimetro, mi ritorni indietro come un boomerang in piena fronte…e allora le chiedo cosa stava cantando:

Mamma è Pororo!

Pororo o Totoro?

Po-ro-ro

E chi è?

Un cartone di Yo Yo…

Ah

Faccio mente locale del cartone incriminato, che ricordo bene in quanto cartone più brutto che passino su Yo Yo, e mi metto ad ascoltare la sigla che finisce con queste parole: “perché la felicità è un albero di ghiaccio blu”. Ecco dico io, ma che vuol dire? Non fa nemmeno rima… Vabbè da quel momento in poi è stata la fine, ormai non guardo più i cartoni per controllare come sono, ascolto solo le sigle. Un incubo. Si perché, pur di inseguire la più banale delle rime, va a finire che saltano fuori cose ridicole e senza senso che la pisquana va in giro a cantare spensieratamente. Ma, più di tutto, quello che mi fa impazzire è l’abuso di certe parole, piazzate qua e là senza senso e quindi snaturate di ogni significato, tipo, solo per citarne alcune (ma so che ce ne sono molte altre da menzionare, lascio a voi il divertimento…): felicità (in pole position), amore, amicizia, poesia, cuore:

– … perché la felicità è un albero di ghiaccio blu (no comment…)

– … gli uccelli stan cantando, il sole sta nascendo e Pat è pieno di felicità (ma perché????)

– … la casa delle api è la felicità (ah sì…?)

– … ha tanti amici, 303, perché è la Pimpa ecco perché (non fa una piega….)

– In un paese pieno di poesia c’è un sole pieno di magia, qui vive un’ape che con il suo amore ci fa illuminare il cuore (ma cosa si fumano nel paese dell’ape Maia?)

E poi è arrivata lei, la sigla di Dixiland (uno dei cartoni più belli visti su Yo Yo, per quel che mi riguarda…) ed è stato amore folle e incondizionato al primo ascolto: la sigla più bella del mondo, la sigla che mi fa venire i lacrimoni di commozione ogni volta che la sento (più per la musica che per le parole), l’unica sigla dove sono riusciti a infilarle tutte in una sola strofa: felicità, cuore, amore, cielo blu; l’unica sigla  dove persino la parola felicità ha un suo perché: “che felicità dolci a volontà”… d’altra parte cos’è la felicità per un bambino (anche per una mamma certe volte…) se non dolci a volontà?!

Ad ogni modo, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, sappiate che i bambini non sono come gli adulti, ma:

– ascoltano e prendono sul serio le parole che sentono

– danno il giusto peso a certe parole

– sono sempre alla ricerca del significato delle cose

– non li fai fessi molto facilmente

E inoltre:

– poi vanno dalla mamma a fare domande strane e difficilissime

– poi vanno in giro a dire/ripetere/cantare cose strane (ma forse questo lo fanno anche gli adulti…)

Quindi, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, s a p e v a t e l o:  i nostri pisquani vi ascoltano e filtrano le parole che gli propinate, pertanto abbiatene cura! Se proprio non sapete cosa scrivere, se proprio dovete fare qualcosa di demenziale, fatelo bene e fateci ballare! Ecco.

http://www.youtube.com/watch?v=N-kuHq5rJYU

C’era una volta (e c’è ancora) una perfetta pessima madre…

Questa è una specie di comunicazione di servizio dove vi spiego cos’è quel disegno bianco e rosso che è comparso lì a destra…

Se anche a voi è capitato di parcheggiare un pisquano davanti alla tv per poi rifugiarvi in un’altra stanza a mangiare Pringles o altre schifezze di nascosto, prima di cena, senza farvi sgamare dal suddetto.

Se anche a voi è capitato di sentire rumori sospetti, festanti e sguazzanti provenire dalla vasca da bagno e di ignorarli per finire di farvi i fatti vostri pensando: “…alla peggio trovo il bagno allagato” (e così fu).

Se anche a voi è capitato di chiedere il bis di stuzzichini durante un aperitivo giustificandovi con il cameriere dicendo: “sono per la bambina…” (…)

Se anche a voi è capitato qualcosa di simile. Se anche voi potete aggiungere i vostri aneddoti a questa lista.

Se anche a voi, insomma, – almeno una volta nella vita, in un anno, in un mese, in una settimana o in un giorno – è capitato di sentirvi una perfetta pessima madre, ecco Lucrezia ha creato questo spazio proprio per voi noi, un luogo ideale per madri degeneri che hanno bisogno di fare outing in libertà. E io, che dire, mi sono sentita subito a casa!

Qui è dove ho scelto alcuni punti che mi appartengono, potete trovare il manifesto completo sul blog di C’era una vodka. Potete anche unirvi al gruppo scaricando il logo disegnato da Burabacio. Insomma divertitevi, scatenatevi, aggiungete o togliete punti, e fate come vi pare.

Ricapitolando, siamo pessime madri perché:

– parcheggiamo i nostri nani davanti la tv (mentre ci nascondiamo in un’altra stanza a mangiare Pringles e altre schifezze prima di cena)

– non abbiamo dimestichezza col parco e altri luoghi a misura di Nano;

 – non vediamo l’ora di andare al lavoro per respirare un po’ di libertà;

– portiamo i nostri figli all’asilo nido anche durante i giorni liberi. D’altra parte lo paghiamo profumatamente;

– durante la gravidanza erano le sigarette (e la vodka) a mancarci, mica il prosciutto;

– lasciamo ai papà i lavori “sporchi”;

– aspettiamo ansiose che crescano un po’;

– ignoriamo le urla dei nostri figli a favore di un po’ di sano cazzeggio sul web;

– lasciamo i nostri figli a nonne (o a baby sitter) pur di fare un po’ di shopping, o andare a prender un caffé con le amiche, o per farci un po’ di cazzi nostri in santa pace;

– le salviettine umide sono il nostro lasciapassare per la libertà;

– cuciniamo ai nostri figli cene veloci e frugali tanto a pranzo mangiano bene all’asilo;

– ci rilassiamo talmente tanto dopo averli lasciati al nido che ci dimentichiamo di andarli a riprendere;

– deleghiamo all’asilo totale fiducia per tutto quello che riguarda gli aspetti della loro educazione;

– se si addormentano con gli stivaletti di gomma ai piedi, dopo aver saltellato nelle pozzanghere, guai a svegliarli. anche se sappiamo che il giorno dopo avranno la febbre;

– dimentichiamo di portare dolci e biscotti quando al nido si festeggia un compleanno. Il loro compleanno;

 – i figli si trascinano ovunque, anche nei peggior bar di Caracas;

– quando torna il papà dal lavoro concediamo loro il lusso di stare con i loro figli. Per tutta la sera;

– perché con i nostri figli non è scattato il colpo di fulmine ma ce ne siamo innamorate a poco a poco;

– siamo convinte di essere madri ma anche, e soprattutto, donne.

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C’erano una volta una mamma, una pisquana e il carnevale

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C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava il carnevale, il rosa fucsia, le paillettes, i raduni mascherati per la strada e gli assemblamenti di bambini urlanti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le principesse ammiccanti e vestite di rosa.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma, stonata come poche, che odiava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le festine di compleanno di massa, le chiacchiere con le altre mamme alle festine di compleanno, le chiacchiere con le altre mamme interrotte da bambini urlanti, le chiacchiere di circostanza, le chiacchiere interrotte in generale, le chiacchiere a vanvera e quelli che non stanno mai zitti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava i bambini urlanti (solo quelli urlanti eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che si vestiva solo di rosa fucsia, preferibilmente con molte paillettes, e che si sarebbe travestita da principessa anche per fare la doccia e per andare a dormire.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava gli assemblamenti di bambini urlanti di qualunque tipo, se in piazza meglio ancora.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana, molto intonata, che adorava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava le festine di compleanno di massa e interrompere le chiacchiere delle mamme alle festine di compleanno di massa.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava i bambini urlanti (e anche tutti gli altri eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che era una bambina urlante e non stava mai zitta.

C’erano una volta una mamma e una pisquana. E poi ci siamo io e te (che usciamo di testa per qualunque tipo di scarpa, scarpina, scarpetta. Per esempio…).

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La Signora Tredicipaia

– Mamma guarda ho tre piedi bellissimi
– No Sofia guarda che ne hai due di piedi
– Ma sei sicura?
– Si che sono sicura!
– Mamma secondo me tu ci vedi doppio!

***

Alla Signora Tredicipaia mancava sempre un giovedì.
L’aveva cercato nella borsetta, sotto al divano, nel frigorifero e giù in cantina.
Aveva sporto denuncia al commissariato delle questioni irrisolte.
Aveva fatto richiesta al ministero dei giorni perduti.
Ne aveva parlato con le amiche, quelle che pensavano di avere tutti i giorni pari al posto giusto.
Ogni primo mercoledì del mese la Signora Tredicipaia andava dalla Madonna della cause perse a chiedere di poter ritrovare il suo giovedì.
Con il cuore affranto, non riceveva risposte da nessuno ormai da anni.
Né dal commissariato delle questioni irrisolte, men che meno dal ministero dei giorni perduti, le amiche erano troppo impegnate a vantarsi di avere tutti i loro giorni pari al posto giusto e persino la Madonna delle cause perse sembrava essersi dimenticata di lei.
Ogni giorno della sua vita, da quando aveva perso il suo giovedì, aveva cercato, pregato, sperato. Con un’unica idea fissa nella mente: ritrovare ciò che aveva perduto.
Era il primo mercoledì del mese di maggio, la Signora Tredicipaia si era fermata più a lungo del solito ai piedi della Madonna delle cause perse, solo lì il suo cuore ferito non provava alcuna vergogna e trovava un poco di ristoro e di comprensione.
Era uscita dalla piccola chiesa con le lacrime tiepide che le rigavano le guance secche.
Quella bimba con gli occhi grandi e accesi come la prima stella della sera le era venuta incontro saltellando:
Guarda Signora, ho tre piedi bellissimi! – le aveva canticchiato piena d’orgoglio la bimba
No bella bimba, guarda che, come tutti, ne hai due di piedi – le aveva risposto seria seria la Signora Tredicipaia
Ne sei proprio sicura triste Signora? – aveva ribattuto ancora più seria la bimba
Ma certo! – aveva esclamato stupita la Signora Tredicipaia
Triste Signora secondo me tu ci vedi doppio! – e con un sorriso grande come il cielo la bella bimba aveva salutato la triste Signora ed era volata via.

La Signora Tredicipaia aveva ripreso il suo cammino verso casa sfiorando i muri delle case con la punta delle dita. Respirava l’aria opaca del tramonto. Sorrideva. Niente mai le era mancato.

***

L’abbraccio più grande del mondo

Si era ritrovata in mezzo a una radura di alberi di pesco luminescenti, un posto che sembrava magico, e si era messa a girovagare come se il tempo si fosse fermato. Non aveva mai visto degli alberi così: non somigliavano agli alberi di Natale, e nemmeno a quelli delle favole, questi erano proprio speciali e poi… erano rosa e luminosi! Non riusciva più a smettere di gironzolare: colori, forme, oggetti multiformi appesi di qua e di là, quasi le pareva di essere arrivata nel paese dei balocchi: le cose erano stranamente messe alla sua altezza, così colorate, tante, disposte come in un labirinto delle fiabe. Gira di qua e gira di là… “ma la mia mamma dov’è?”. Si era persa…

Fortunatamente si era persa nel posto giusto. Prima che potesse scoppiare in un pianto a dirotto per lo spavento e lo smarrimento, come in una nuvola e fatata fuori dal tempo, un gruppo di strani personaggi colorati le si fecero intorno. “Piccola bimba non ti spaventare”, era una bambola di pezza con i codini rosso pel di carota che le stava parlando. (E che c’è di strano? Nel Mezzo Mondo dei bambini e dei giocattoli non c’è da stupirsi se una bambola parla con una bimba) . “Dov’è la mia mamma? Non la trovo più… stavo correndo di là in posto pieno di alberi luccicanti e adesso?”

“Si vede che hai fatto una gran corsa se sei arrivata fino a qui”, le aveva risposto un piccolo astronauta di legno scendendo dal suo razzo colorato. “Ti sei persa nel padiglione dei giocattoli, ma che bimba fortunata, il tuo angioletto ti ha portata qui così noi adesso ti possiamo aiutare – senza che nessuno ci scopra – a ritrovare la tua mamma!” , l’aveva rassicurata tutta la squadra delle principesse di carta, di pezza e di stoffa accorsa lì con grande eccitazione. “Finalmente un’avventura tutta per noi, lo sapevo che questo viaggio ci avrebbe riservato qualche bella sorpresa”, aveva esultato il drago di peluche.

Prima di iniziare le ricerche, per tranquillizzarla e prepararsi per bene alla spedizione i giocattoli l’avevano portata a fare merenda con una fantastica torta bianca e azzurra in una piccola cucina di cartone, tutta colorata dove tutto era alla sua misura di bambina, che meraviglia! Poi, per non farle prendere freddo, le avevano fatto mettere una bella giacchetta lilla con cappuccio morbidoso e fiocchetto colorati e l’avevano fatta montare su una motocicletta di legno, “così facciamo più veloce”, le avevano spiegato. Le principesse a cavallo degli unicorni e le bambole sulle ali di draghi, gufi e peluche di ogni tipo e via, alla ricerca della mamma perduta.

Si erano fermati in ogni angolo a chiedere informazioni, c’erano pentole, piatti e posate di tutti i colori che davano indicazioni, collane, perline, palline, oggetti insoliti e variopinti, colori, colori e tanti colori, tutti erano pronti ad aiutarli.

La sua mamma era là, tra gli alberi fioriti e luminosi, aveva dato l’allarme, l’aveva cercata, poi aveva visto anche lei quella radura luminosa e si era fermata lì, con un pensiero in sospeso, un innato presentimento materno, “mi fermo qui un attimo”.

“Mamma!”. L’abbraccio più grande del mondo. Batticuore, spavento e gioia infinita, senza il fiato per dire neanche una parola.

 

***

Quest’anno il Macef ha cambiato pelle e nome. Homi new Macef, tra le tante novità, ha presentato un padiglione dedicato esclusivamente ai bambini che abbiamo deciso di raccontarvi un po’ a modo nostro. 

***

 

Dedicato ai papà (ma anche alle mamme): il mondo capovolto di Grant Snider

Ho “incontrato” un papà che ha raccontato in modo creativo e ironico il suo mondo capovolto dopo l’arrivo del figlio. Questa idea del mondo capovolto l’ho sentita molto vicina a quella che io ho chiamato il Mezzo Mondo. Che per me ha voluto anche dire “imparare a guardare, guardarmi fino in fondo, fare i conti con me stessa, voler ancora più bene al suo papà, ai nonni, agli amici. Imparare la pazienza. Imparare a farmi la doccia in 45 secondi. Imparare ad arrangiarmi, a rinnovarmi, a resistere, a restare da sola, a ricominciare. Imparare a cambiare tante vite in una sola vita” . Si, è stato un bel capovolgimento, anzi bellissimo!

Ecco questo è il mondo capovolto raccontato da Grant Snider che, ogni settimana, pubblica le sue strisce di fumetti sul New York Times e sul suo blog Incidental Comics.  Cliccate sulle icone qui sotto per guardarle in dimensione reale.

Le confessioni di una mamma pericolosa

Oggi che c’è una giornata affilata e alta con il suo cielo d’inverno

limpida e pulita come la tua voce di bambina

oggi che questa luce scende orizzontale e diritta ad altezza d’uomo

e quella palla infuocata di sole mi guarda negli occhi e mi chiede chi sei? cosa vuoi?

mentre le chiacchiere da bar rotolano dalla radio ripetendo i soliti auguri da quattro soldi per la fine dell’anno

io ti guardo e ti penso

e non ho nemmeno un buon proposito che mi scivoli via dalle dita

quali parole scelgo per te? quali parole resisteranno alla conta dei giorni

alla prova del tempo alla pazienza della tua piccola età?

ti diranno stai serena, vivi in pace, stai tranquilla e vai per la tua strada

mentre la tua mamma pericolosa nel profondo del suo cuore pensa il contrario

e ti dirà che ti augura di non stare mai tranquilla

di lanciare la tua anima lontano

lungo il confine di queste ombre che si allungano sui campi d’inverno, senza fine

di non avere paura quando arriverai sull’orlo dell’abisso

e di appoggiare il tuo cuore quando sarà stanco e lacerato

non più nelle mie, ma nelle mani di Chi ti ha decisa

e di continuare a correre contro vento contro luce dentro la luce dentro al vento

vai

e così sia.

***

“Maledetto l’uomo che non sa scagliare la freccia del proprio desiderio oltre l’immaginazione”

  

Le conversazioni copilillose. N° 1: la cacca.

Passata la fase della scoperta linguistica, stiamo entrando in quella delle conversazioni esistenziali, anche dette LE CONVERSAZIONI COPILILLOSE: interminabili, lunghissimi interrogatori sui misteri dell’universo e sui fondamentali dell’umano esistere.

sofi06b_colAdditando ad alta voce una signora per la strada: mamma quella singola fa la cacca?

(…) si

ma anche le falfalle fanno la cacca?

mmm penso di sì…

anche le zanzale?

si

e le galline e i pulcini e le zeble?

si

anche le vuove (uova) fanno la cacca?

no

e le giraffe e le mucche e i cavalli?

si

e le case fanno la cacca?

no

e le macchine e i camion?

no

e le renne di Babbo Natale fanno la cacca?

si

e Babbo Natale?

si, anche lui…

le zie però non fanno la cacca, lo ciai?

ah no? perché?

perché le zie non fanno la cacca perché sono le zie

ah…

e la nonna fa le cacche piccoline, il nonno gigaaaanti, anche il papà

ok, possiamo cambiare argomento adesso?

(pausa di silenzio)

e tu mamma fai la cacca?

mpfh….

 

Santa Lucia ci ha portato una nuova favola: Gianni il bambino oliva

gbo Model (1).ai“Gianni era un bambino che amava giocare a pallone, leggere fumetti, fare esplorazioni in montagna e andare a caccia di pozzanghere. Ma non altrettanto amava mangiare i piatti che la sua mamma gli preparava con tanto amore. 

Quando arrivava l’ora di cena, infatti, Gianni faceva un sacco di capricci e non mangiava quasi mai quello che lei gli preparava. Si metteva a correre tutt’in tondo al tavolo della cucina finché la sua mamma e il suo papà, sfiniti, si arrendevano e smettevano di inseguirlo col piatto pieno. 

L’unica cosa che Gianni mangiava senza fare capricci erano le olive. Le olive erano la sua passione, soprattutto quelle verdi. Gianni si pappava vasetti e vasetti di olive verdi ignorando le minacce della mamma che gli diceva sempre: «A furia di mangiare tutte quelle olive diventerai un’oliva pure tu!»”.  (To be continued…)

gbo Model (1).aiDal carretto di Santa Lucia è caduta una nuova favola! Questa volta si parla di capricci, di polpette, ricette e bambini coraggiosi, tutto condito da un pizzico di magia… ecco qui: Gianni il bambino oliva.

I miei compagni d’avventura in questa fiaba sono Anahì Traversi e la sua bellissima voce e la musica di Manuel Rigamonti. Venite a scoprire come andrà a finire l’avventura di Gianni nel mondo di Fiabesque.