Senza fate e senza maghi: a proposito di favole e di felicità.

“Si sa bene che la felicità è fatta anche di spavento e di angoscia.
Sopprimere lo spavento e l’angoscia, significa sopprimere anche la felicità”

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Una meravigliosa Natalia Ginzburg che, nell’aprile del 1972, si oppone al manifesto pedagogico della collana «Tantibambini», edita da Einaudi dal 1972 al 1978 e diretta da Bruno Munari. Con acume e senso critico analizza il senso profondo delle favole, che è anche il senso profondo di tutta una letteratura.

“… Quello che detesto nella frase «senza fate e senza maghi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze» è la retorica e l’ottimismo generazionale. Auguriamoci pure che le nuove generazioni siano costituite di individui liberi. Però non ne sappiamo proprio nulla. Inoltre non sappiamo affatto se sia un bene crescere senza inibizioni. Forse fra poco si scoprirà che le inibizioni, di cui l’uomo di oggi si fa gloria di essersi sbarazzato, le inibizioni e le lotte dei singoli per superarle o vivere con esse, erano il pane e il sale dello spirito”.

“… È un errore credere che la paura sia un male. La paura, è necessario soffrirla e imparare a sopportarla. Inoltre i lupi non mangiano le cipolle. Ora un lupo che mangia cipolle e scarpe vecchie, è lontano dal vero non meno che le streghe o le fate. Così vorrei sapere perché le streghe e le fate sono tenute al bando in questa collana, come superate e retrograde, e destinate ad antiche generazioni che si abbeveravano di fantasie e illusioni, e invece si lascia il passo a questo lupo che mangia le cipolle.”

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“Le fiabe italiane di Italo Calvino. È un libro stupendo. È pieno di fate, di maghi, di principi lussuosissimi e di castelli bellissimi. È pieno anche di contadini e di pescatori. Vi si respira l’aria libera della fantasia e insieme l’aria aspra e libera della realtà. Non contiene insegnamenti morali se non quelli inespressi che ci offre ogni giorno la nostra vita reale. Non contiene intenzioni pedagogiche di nessuna specie. È scritto in una prosa limpida, lineare e concreta, una prosa esemplare perché è così che si deve scrivere per i bambini, una prosa totalmente priva di parole superflue. Sfido chiunque a trovarvi una sola parola superflua. Sfido chiunque anche a trovarvi una sola parola leziosa. Calvino certo non aveva in testa nessuna idea educativa, ma in verità nulla è più educativo dello stile quando è chiaro, rapido e reale. Le Fiabe italiane sono delle vere fiabe, create generosamente per la gioia del prossimo, e così è necessario che siano le fiabe per i bambini, inventate e create unicamente per la felicità.

Le ragioni per cui oggi scrivere per i bambini è così difficile, sono infinite, ma una certo è che è nata in noi l’idea che ai bambini tutto può far male. La fantasia ci atterrisce perché è avventurosa, imprevedibile e forte. Noi ne abbiamo poca, e per giunta l’adoperiamo con mani parsimoniose e schifiltose. Quando si scrivono o si stampano libri per bambini, per prima cosa si sbarrano porte e finestre. No alle storie di dolore perché il dolore fa male. No alle storie di miseria perché sono patetiche. No alle lagrime. No alla commozione. No alla crudeltà. No ai cattivi, perché non bisogna che i bambini conoscano la cattiveria. No ai buoni perché la bontà è sentimentale. No al sangue perché fa impressione. No ai castelli lussuosissimi perché sono evasione. No alle fate perché non esistono. I bambini sono fragili e perciò li nutriremo con vivande lavate e disinfettate. Li educheremo alla concretezza, avendo però sterilizzato la concretezza, avendo isolato nella concretezza ciò che non manda né bagliori né lampi. Li nutriremo con sabbia, accuratamente filtrata e senza batteri. Li nutriremo col bicarbonato, col borotalco e con la carta assorbente”.

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“Così è necessario che siano le fiabe per i bambini,
inventate e create unicamente per la felicità.
Una collana per l’infanzia dovrebbe essere
avventurosa e libera come un bosco”

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L’estratto conto della felicità

Passano giorni che non ti lasciano nemmeno un minuto per prendere il fiato.
Così  o g g i  è arrivato che quasi non me ne sono accorta.
Sono 33
33 come i pirati, come i numeri del dottore, come gli anni di Gesù.
33 è un numero bellissimo, terribile e impegnativo, ma bellissimo
Dentro a questa vita che cambia e gira veloce, dentro a questo fatto del tempo che passa, succede che all’ingresso del mio terzo anno di vita pubblica, certe (piccole) cose che solo qualche anno fa erano ordinaria amministrazione, quasi abitudine, dovute e scontate, iniziano a diventare sorpresa e regalo.
Chiudere la porta e prendermi questa manciata di minuti per scrivere, senza dire niente a nessuno, senza rispondere a tutti quelli che ogni cinque secondi mi chiedono di fare questo e quell’altro.
Vestirsi carini, uscire una sera da soli, io e lui, mangiare bene e poi passeggiare senza meta, senza fretta.
Mettersi d’accordo con un’amica di vecchia data per una birra una sera.
Questi sono i miei regali di compleanno, le mie sorprese.
Accorgersi che succede. Accorgersi che posso imparare a guardare la mia vita vedendo che ogni (piccola) cosa è regalo e sorpresa, conquista e liberazione. Senza cadere nell’inganno del cinismo cosmico (anche se un pizzico di ironico cinismo fa sempre bene alla salute e allo spirito, eh!).
Eccolo qui, in estrema ratio, il regalo più bello che può farmi il tempo, il tempo che non passa ma che mi accompagna.

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“…ognuno guarda fuori dal suo finestrino come quando si arriva in villeggiatura, che tutto va registrato, finisce sull’estratto conto della felicità.”
Andrea Bajani

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Esercizi di felicità

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Sono riuscita a entrare in una libreria, da sola, con calma, per prendere due libri che desideravo leggere da tempo.
Sono uscita pensando che comprare libri è un esercizio di felicità.
Poi, adesso, occorrerà trovare il tempo per leggerli.
Anche leggere è un esercizio di felicità.
La passione per i libri (di carta), l’amore per la lettura, sono una cosa buona che ho e che so.
Spero, nel tempo, di riuscire a insegnarla anche a lei.

Intanto mi sono segnata questo vademecum del grande Gianni Rodari:

9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura*

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

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 *Gianni Rodari sul “Giornale dei Genitori” , 1964