Ti meriti un amore coraggioso

“Ti meriti un amore che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere”

ti meriti un amore

Nel suo quarto anno di vita la Pisquana ha fatto la sua prima caduta (abbastanza) seria (sì sì, lo so, siamo molto fortunate). Saltava, come sempre, salta sempre lei, sul bagnato, bordo piscina, di faccia, sangue, mento aperto, pronto soccorso, colla, cerotti, tutto ok, sane e salve. Appena fuori dal pronto soccorso, lei con il suo bel cerottone appiccicato in faccia, tempo zero, aveva già ricominciato a saltare, saltare, saltare, allontanarsi, saltare, avvicinarsi a spigoli, gradini, saltare, spigoli, gradini, salti alti, salti lunghi, salti larghi, spigoli, gradini… Senza paura. Tutto come prima. Ma io no, non la guardavo più come prima. La vedevo come una piccola bimba di porcellana. La guardavo con gli occhi pieni dello spavento di quanto successo poco prima. Assolutamente consapevole della contenuta gravità dell’accaduto, ma pronta ad afferrare e fermare il suo volo per proteggerla. Come spesso capita, mi davo fastidio da sola per questo nuovo poco gradito ipocondriaco istinto materno. Fortunatamente vicino a me se ne stava, tranquillo, come sempre, il papà della Pisquana. Lui la guardava come prima, senza la paura di vederla cadere. E guardava anche me con la stessa sicurezza.
Non è facile spiegare tutte le cose che ho imparato e forse capito dentro a quello sguardo, che poi è un abbraccio. Che poi abbiamo solo bisogno di un abbraccio, sempre e più grande delle nostre piccole braccia.

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,

con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,

che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,

che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

– Frida Kahlo –

 

 

Uescivà forever

E così, stamattina, l’amico Faccialibro mi ha ricordato che proprio oggi ho messo online questo blog. A quei tempi a momenti non sapevo nemmeno usare gli hashtag e i siti responsive erano ancora un lusso per pochi, sono stati due anni pazzeschi. Ora che per lavoro non faccio altro che calendarizzare, strategizzare, webbizzare, blogghizzare, analizzare dati, vorrei solo trovare un po’ di tempo di qualità e la forma che più mi si addice per rivoluzionare e portare avanti come si deve questa piccola e preziosa bestiolina, ma nel modo più libero e più selvatico possibile [anche se, certe volte, ho qualche dubbio sulla (vera) libertà della rete… ].

Questo è il motivo della mia latitanza e del silenzio di Uescivà. Intanto portate pazienza se volete, ci sono un sacco di cose belle da rileggere da queste parti, ma, l’importante è che – mi raccomando – portiate le birre quando riapriamo i battenti che facciamo una bella festa!

#‎uescivàforever‬

Chi non copililli in compagnia si diverte di meno!

Qui le ho raccolte tutte le migliori copilillate della Pisquana degli ultimi tempi, e sono sicura che anche voi avete una bella compilation delle più meglio invenzioni dei vostri pisquani: scrivetemele! Perché chi non copililli in compagnia si diverte di meno!

Copililli

5 febbraio 2015
Mamma oggi viene la sera?
Si!
Anche se nevica?
Ma certo!
Sei sicura?
…si!
Ah…
(Per nulla convinta…)

2 febbraio 2015
Cronache di due Pisquane a casa da sole perché il papi è via un po’ di giorni per lavoro: “mamma non ti preoccupare, mi è venuta un’idea fantastica, stasera ci spaparanziamo sul divano, mangiamo i Fonci, e ci spariamo un bel film!”

29 gennaio 2014
Certo che so leggere mamma! So anche tutte le lettere in inglese io: uan, ciù, tri, for, faive, cics, ceven, it, nane, ten!

20 gennaio 2014
Mamma mi sono innamorata di te! Ho il cuore così gonfio d’amore… Sono un elefante pieno d’amore!!

novembre 2014
Sofia perché ti alzi da tavola, dove stai andando?
A lavorare, mamma!
Ah sì? E che lavoro fai?
Uhm… e tu?! Che lavoro fai?
…mi occupo di comunicazione
(qualche secondo di silenzio, poi mi si avvicina…)
Ma è un lavoro quello?!

Tempeste e palloncini

È arrivato quel giorno. Hanno chiesto alla trenne pisquana di descrivere la sua mamma. È successo in occasione della festa della mamma. Sul disegno che accompagnava il suo regalino ho trovato scritto (dalla maestra sotto dettatura):
“Alla mia mamma piacciono le tempeste e i palloncini”. That’s it.

festa della mamma

***

La Signorina Qu non voleva più vedere nessuno. Non aveva voglia di invitare gente a cena. Di fare chiacchiere inutili. Stare con altre persone. Sparpagliare  c o m e s t a i  di qui e di là. Sperperare risposte approssimative a chicchessia.

Alla Signorina Qu si erano aggrovigliati tutti i pensieri nella testa. Aveva solo bisogno di starsene un po’ tranquilla. In silenzio. Da sola.

Ma la solitudine non era più di moda. E nemmeno il silenzio era più di moda. Bisognava riempirsi le orecchie di parole e le giornate di cose da fare e di  p e r s o n e d a f r e q u e n t a r e. Insomma, starsene un po’ da soli con se stessi non era più di moda.

Non lo si poteva mica ammettere, ma il motivo era che “starsene da soli con se stessi” è una questione complicata. C’è da guadarsi dentro, sgrovigliare i pensieri, capire un po’ che piega sta prendendo la propria storia. Stare da soli con se stessi richiede anche un certo esercizio e molta disciplina. Vuole dire non spaventarsi se dal cuore o dallo stomaco o dal groviglio di pensieri saltano fuori certe domande da un milione di dollari. Tipo a cosa serve la vita, cosa ne sto facendo, come stanno per davvero le persone intorno a me, come sto io per davvero, e molte altre.

La Signorina Qu non aveva mai avuto paura di farle saltare fuori queste domande. Certe volte però le si attorcigliavano alla spina dorsale, e le veniva il mal di schiena. Si aggrovigliavano dentro la pancia, tra i capelli, tra i pensieri, e allora le faceva male tutto.

Un giorno di questi, dove tutto le faceva male, mentre tornava a casa, un temporale all’improvviso si addensò sopra alla sua testa. Un tumulto di nuvole basse, nere e grigie annodate e arrabbiate come i suoi pensieri aggrovigliati, precipitò dal cielo sciogliendosi in uno scroscio di pioggia veloce, vento prepotente, tuoni e fulmini d’argento.

La Signorina Qu camminava a testa bassa coprendosi con un piccolo ombrello obliquo. Non vedeva nulla davanti a sé, solo i suoi piedi. Tempesta benedetta! I suoi passi vennero interrotti da un tonfo.

Nello scontro i loro pensieri tutti annodati erano cascati per terra e si erano inzuppati di pioggia e di vento.

La Signora Tredicipaia li aveva raccolti da terra con cura, come fossero la cosa più preziosa del mondo.
Aveva allungato le mani per ridarli alla legittima proprietaria, ma si erano mischiati ai suoi e non si poteva più distinguere di chi fossero.
Accidenti, aveva detto la Signorina Qu un po’ smarrita e imbarazzata.
Le andrebbe una tazza di caffè? Le aveva chiesto la Signora Tredicipaia.

La Signorina Qu non aveva nemmeno risposto. Si era incamminata al fianco della Signora Tredicipaia verso il bar più vicino.

Un tuono in lontananza, le nuvole, accompagnate dal vento, si stavano diradando.