Non c’è nulla di più utile di quello di cui si ha veramente bisogno

Questo post partecipa a una iniziativa di co-blogging: ogni mese, su proposta di una delle blogger partecipanti, scriviamo tutte sullo stesso tema. Questa volta l’idea arriva da Silvia di Meduepuntozero che ci ha chiesto quali sono le cose utili che abbiamo imparato nella nostra vita. Ecco gli altri blog coinvolti: malanottenouna mamma greenburabacioceraunavodkaNeenuvarMamma SpettacolarePiccole Cose di un Calzino (…mi dimentico qualcuno?).

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Il mio elenco è essenziale e ruvido, perché è così che sono le cose utili che ho imparato finora nella mia vita: essenziali e ruvide. Le cose utili non hanno bisogno di troppe spiegazioni, ti capitano così, “arrivano, a Dio piacendo, come un bel giorno”, certe volte capita che ti piombino addosso all’improvviso, certe volte sono lentissime, certe volte sono anche dolorose, certe altre sono invece liberatorie e frizzanti come una bella birra fresca.

Ecco una selezione di cose utili che ho imparato o, sarebbe meglio dire, iniziato a imparare (finora):

• stappare bottiglie di birra con l’accendino
• d e c o m p r i m e r e
• il silenzio
• non serve a nulla chiedersi cosa devo fare?, ma la domanda fondamentale in certi casi è solo chi sono io?
• quando ci si ammala (che sia una piccola cosa, che sia una cosa grave) non è mai solo il corpo ad avere bisogno di cure
• guidare
• impastare
• la pazienza
• l’Ave Maria
• non di rado, certe cose reputate inutili da tanta gente, sono le più utili
• quello che imparo non è mai abbastanza
• non è mai abbastanza in generale
• io sono di più di quello che mi sembra di essere
• tutto è di più di quello che sembra essere a prima vista
• nuotare
• leggere
• scrivere
• guardare fino in fondo
• unire i puntini
• studiare la Storia
• non c’è nulla che mi capiti per caso
• non c’è nulla di più utile di quello di cui si ha veramente bisogno

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*In copertina “Disattenzione”, dalla raccolta Due punti di Wislawa Szymborska.

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L’isola delle mamme

L’altro giorno Elisa mi ha spiegato una cosa che non sapevo, cioè che «c’è un’ isola dove le mamme vanno per riposarsi un pochino. Somiglia all’ isola che non c’è: laggiù le mamme riescono a rilassarsi bevendo un caffè (o uno spritz) alle 18.30 senza pensare per un momento a tutte le incombenze dell’essere mamma (prendere i bambini a scuola, la riunione della mensa, portarli a calcio, dal pediatra etc..etc.. ops la cena!). Laggiù i pensieri sono leggeri come bolle di sapone, volano in alto e spariscono in tante piccole goccioline. Quando tornano le mamme sono più energiche e felici e hanno voglia di giocare con i loro figli, sporcarsi con la terra e la pittura, rotolarsi nell’erba e raccogliere i fiori. È un vero toccasana per tutte le mamme».

Dopo aver raccolto le sue parole e averle ingoiate senza masticarle, per non rovinarle, mi è arrivato all’orecchio un pensiero: quando un bambino ha bisogno chiama e, si sa, una mamma arriva subito. Ma quando una mamma ha bisogno e chiama, lì per lì, chi arriva?

Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa*, esisteva un posto, un posto segreto, un posto vicino e lontano, un posto nascosto dietro alla porta, dietro l’angolo, dietro il muro, dietro al letto, sotto a un sasso, dietro al tronco di un albero… Un posto nascosto dietro, sotto o sopra al passaggio segreto più vicino, più a portata di mano in caso di emergenza.

C’era un posto dedicato solo alle mamme. Un posto dedicato alle emergenze delle mamme. Qualcuno lo chiamava “l’ isola delle mamme”.

“È la mamma che tutti i giorni monta il mondo perché il bambino ci possa stare dentro: incastra ogni pezzo in un altro perché lui possa stare in piedi da solo. Ci sono giorni in cui la mamma sembra non trovare più le istruzioni, ed è evidente la fatica che fa. Le si increspa il sorriso. Alle mandibole le spuntano due palline di rabbia. Qualche volta scoppia a piangere. Il bambino lo sa e si dispiace per lei, ma non pensa nemmeno per un istante che alla mamma manchi qualcosa, e che costruire il mondo da sola è più difficile perché c’è sempre un pezzo che manca. Il bambino non ci pensa, e aspetta la sera, quando la mamma smonta il mondo pezzo per pezzo, lo rimette nella scatola e spegne la luce”.*

Era un posto dedicato proprio a quei momenti in cui a una mamma sembra di perdere le istruzioni, quando tutti i pezzi restano sparpagliati sul pavimento e non c’è verso di rimetterli in ordine, quei momenti in cui si ha bisogno di piangere ma capita che non si sappia da chi andare, o dove andare, o se farsi o non farsi vedere con le lacrime agli occhi.
Allora si andava in questo posto dove una mamma poteva sgattaiolare, solo per un minuto per tirare il fiato, o anche una giornata intera, tanto dall’altra parte nessuno se ne sarebbe accorto perché il tempo lì viaggiava a una velocità tutta sua.
Qualcuno lo chiamava “l’ isola delle mamme”.
Nessuno sapeva descriverlo con precisione. Era un posto che cambiava a seconda di quello di cui una mamma aveva bisogno.
Nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa, esisteva un posto tutto per me. Voi ve lo ricordate dov’è?

In questo momento, vorrei che il mio fosse fatto un po' così...
In questo momento, vorrei che il mio fosse fatto un po’ così…

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*Incipit delle favole dei fratelli Grimm
*Andrea Bajani, La vita non è in ordine alfabetico