Charlie Hebdo o no,
noi genitori abbiamo grandi responsabilità

Da Charlie Hebdo a Boko Haram, le parole che scorrono davanti agli occhi di una mamma (come a quelli di tutti gli altri) in questi giorni sono parole di guerra, di sangue e di paura.

Prima ancora che esprimere opinioni o posizionarmi di qua o di là, penso solo alla responsabilità che ho nei confronti di quella persona che è (e che sarà) mia figlia. I figli, quando li guardi veramente, ti chiedono di chi sei figlio tu, da dove hai preso quello sguardo. Loro mica li freghi con due chiacchiere.

Perciò, genitori, prima dobbiamo (re)imparare noi a fare le cose difficili: dare la mano al cieco, cantare per il sordo, liberare gli schiavi che si credono liberi.

Charlie Hebdo

 

 

Un bambino… ovvero di fate, educazione, amore e dintorni

“Non insegnate ai bambini…” di Giorgio Gaber

Un bambino si muove sicuro nello spazio quando è consapevole che tu non lo trattieni, ma che sei lì nel caso lui abbia bisogno di te.

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Un bambino risponde «grazie» perché ha sentito che è il tuo modo di replicare a una gentilezza, non perché gli insegni a dirlo.
Un bambino quando si fa male piange molto di più se percepisce la tua paura.
Un bambino è un essere pensante, pieno di dignità, di orgoglio, di desiderio di autonomia, non sostituirti a lui, ricorda che la sua implicita richiesta è «aiutami a fare da solo».

Un bambino non apre un libro perché riceve un’imposizione (quello è il modo più efficace per fargli detestare la letteratura), ma perché è spinto dalla curiosità di capire cosa ci sia di tanto meraviglioso nell’oggetto che voi tenete sempre in mano con quell’aria soddisfatta.
Un bambino crede nelle fate se ci credi anche tu.

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Un bambino ha fiducia nell’amore quando cresce in un esempio di amore, anche se la coppia con cui vive non è quella dei suoi genitori. L’ipocrisia dello stare insieme per i figli alleva esseri umani terrorizzati dai sentimenti.
«Non sono nervosa, sei tu che mi rendi così» è una frase da non dire mai.
Un bambino sempre attivo è nella maggior parte dei casi un bambino pieno di energia che deve trovare uno sfogo, non è un paziente da curare con dei farmaci; provate a portarlo il più possibile nella natura.

Un bambino troppo pulito non è un bambino felice. La terra, il fango, la sabbia, le pozzanghere, gli animali, la neve, sono tutti elementi con cui lui vuole e deve entrare in contatto.

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Un bambino pone sempre tante domande, ricorda che le tue parole sono importanti; meglio un «questo non lo so» se davvero non sai rispondere; quando ti arrampichi sugli specchi lui lo capisce e ti trova anche un po’ ridicola.
Inutile indossare un sorriso sul volto per celare la malinconia, il bambino percepisce il dolore, lo legge, attraverso la sua lente sensibile, nella luce velata dei tuoi occhi. Quando gli arrivano segnali contrastanti, resta confuso, spaventato, spiegagli perché sei triste, lui è dalla tua parte.
Un bambino merita sempre la verità, anche quando è difficile, vale la pena trovare il modo giusto per raccontare con delicatezza quello che accade utilizzando un linguaggio che lui possa comprendere. Quando la vita è complicata, il bambino lo percepisce, e ha un gran bisogno di sentirsi dire che non è colpa sua.

Il bambino adora la confidenza, ma vuole una madre non un’amica.
Un bambino è il più potente miracolo che possiamo ricevere in dono, onoriamolo con cura.

 

Di lavoro e dell’importanza di saper scrivere

Non aggiorno il blog da qualche tempo e c’è un motivo. Anzi, ce ne sono tantissimi… tra questi una mattinata all’Università Cattolica di Brescia, dietro la cattedra…

Se c’è una cosa che ho sempre pensato, fin dai tempi del liceo, è che insegnare non è il mio lavoro: un’idea che mi ha sempre terrorizzata era quella di entrare in una classe a parlare, spiegare, insegnare.

Potete figurarvi lo scompiglio che ha generato in me e nelle mie convinzioni la proposta di tenere una lezione all’università. Molto. Scompiglio. Molto. Io che poi prendo ogni piega della vita come fosse una questione di vita o di morte. Io che ho iniziato a scrivere perché parlare non era proprio per niente la mia passione, in pubblico poi…

Ma, sapete com’è, la vita è davvero uno strano mestiere e chiede di continuo di uscire dalla propria zona d’ombra. E più si va avanti e più lei insiste, viene lì e ti stana, proprio dai tuoi angolini preferiti. Come si fa a dirle di no? Dopotutto mi sto accorgendo che è molto più divertente, al saldo dei conti, mettere il naso fuori dalla tana. Non che sia facile eh, ma “nella vita abbiamo sempre due alternative. La seconda via, in generale, è la più difficile da percorrere, anche la più rischiosa. Ma è anche quella che regala più soddisfazioni”. E qui mi auto-cito. Sì perché alla fine sono andata a farla la mia “lezione”…

Pare che i ragazzi che approdano al primo anno della Facoltà di Lettere non abbiano ben chiara l’importanza di saper padroneggiare la lingua italiana scritta e il nesso che tra questa e la capacità di lettura critica intercorre. Fatto un po’ curioso, non trovate? Così per poter dare l’esame di Letteratura italiana devono frequentare un laboratorio di lingua italiana scritta (non scrittura creativa…).

Alla Cattolica di Brescia c’è una prof molto “ganza” che a fine corso propone agli studenti alcuni approfondimenti. E così mi ha invitata a raccontare e a spiegare l’utilità del saper scrivere nel mondo del lavoro, non solo in ambito scolastico o accademico.

E quindi cosa sono andata a dire? Qui solo alcuni spunti. In tono ironico e un po’ provocatorio, ho intitolato la mia lezione: Non sono mai rimasta senza un lavoro perché so scrivere” .

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Quello che scriviamo dice sempre qualcosa di noi. Non è importante scrivere bene solo perché è richiesto o necessario o solo per fare bella figura, nelle parole che scegliamo, nelle fonti che cerchiamo, nelle virgole che mettiamo, nella cura e nel tempo che dedichiamo a rileggere quello che abbiamo scritto, nella precisione con cui rispondiamo alla consegna data, lì e proprio lì, in quei dettagli mettiamo qualcosa di noi e lo diciamo a chi consegniamo il nostro pezzo di carta o il nostro messaggio digitale.

Uno può anche non avere il dono della scrittura, perché anche di dono si tratta, ma la cura e la passione di quello che facciamo queste sì sono responsabilità di chiunque. Scrivere bene è una cosa importante e a tratti fondamentale perché parla di noi, che sia una mail, un compito in classe o un post su Facebook.

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Ci sono alcuni dettagli, ormai dati per scontati, che fanno la differenza, che servono per scrivere bene e che vengono prima e vanno oltre la semplice “tecnica”:

– interesse personale per le cose
– curiosità
– attenzione
– passione
– cura del dettaglio
– leggere (non si può imparare a scrivere se prima non si impara a leggere)

E anche questi piccoli dettagli saranno molto utili per trovare un lavoro quando metteranno il naso fuori dall’aula.

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Waiting for Topo Tip

TTM_CasaZieIo amo le serie animate e i film d’animazione. Devo confessarlo: non vedevo l’ora che la pisquana raggiungesse l’età adatta per guardare i miei cartoon preferiti insieme a lei. Quindi è con grande gioia e trepidazione che attendo l’approdo in tv della serie animata di Topo Tip, la cui produzione è stata curata da Studio Bozzetto&Co, lo studio d’animazione per cui Fabio, ovvero colui che realizza le illustrazioni di Uescivà, lavora.

Insomma, metteteci uno studio italiano di animazione 3D di giovani talenti, aggiungete un personaggio che nasce da una collana di libri best seller (così per dire: 7,8 mln di copie vendute in tutto il mondo, di cui più di 2 mln in Italia), condite con un pizzico di “mito” dell’animazione italiana e otterrete Topo Tip!

TTM_TipJody_MerendaDi cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una “ricetta” che unisce fantasia, creatività, animazione 3D d’eccellenza, il tutto made in Italy, in una serie di cartoon che a settembre approderà su Rai Due prima e su Rai Yoyo poi.

Chi è Topo Tip? Tip è il protagonista di una collana di libri per bambini di grande successo, edita da Giunti Editore e tradotta in 28 lingue in tutto il mondo che, dalle pagine dei suoi colorati libricini, sbarca sul piccolo schermo per fare compagnia ai nostri pisquani e fare felici noi mamme con una una serie tv (finalmente) di grande qualità!

TTM_FamilyTip abita 
in un angolino di prato, non lontano dagli esseri umani, in un piccolo villaggio. Vive con la sua famiglia in una casetta con mobili fatti con oggetti che gli umani hanno perduto o gettato via.
Qui si svolgono tutte le avventure che il piccolo topino, percorrendo lo straordinario viaggio del crescere, si trova ad affrontare.
 Dormire dai nonni, imparare a mangiare verdure o a rialzarsi da una caduta saranno per Topo Tip grandi e talvolta rocambolesche esperienze.
 Ma le vere conquiste, quei mattoncini che poi serviranno a creare un topino sereno, non sono mai facili. Bisogna passare attraverso reticenze, paure e tanti no, per poi addormentarsi dopo una bella risata, soddisfatti per essere diventati un pochino più grandi.

TipJody_SmileStudio Bozzetto&Co ha curato tutto il lavoro di pre-produzione, produzione e post-produzione, elaborando un complesso lavoro non solo sul restyling dei personaggi, ma anche degli ambienti in cui si sviluppano gli episodi. La serie televisiva è diretta da Andrea Bozzetto e prodotta dallo Studio Bozzzetto&Co in collaborazione con Rai Fiction, Giunti Editore, Studio Campedelli e la tedesca m4e.

Ecco qui il primo trailer della serie.

Stay Tuned!

Esercizi di felicità

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Sono riuscita a entrare in una libreria, da sola, con calma, per prendere due libri che desideravo leggere da tempo.
Sono uscita pensando che comprare libri è un esercizio di felicità.
Poi, adesso, occorrerà trovare il tempo per leggerli.
Anche leggere è un esercizio di felicità.
La passione per i libri (di carta), l’amore per la lettura, sono una cosa buona che ho e che so.
Spero, nel tempo, di riuscire a insegnarla anche a lei.

Intanto mi sono segnata questo vademecum del grande Gianni Rodari:

9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura*

1. Presentare il libro come un’alternativa alla TV
2. Presentare il libro come un’alternativa al fumetto
3. Dire ai bambini di oggi che i bambini di una volta leggevano di più
4. Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni
5. Dare la colpa ai bambini se non amano la lettura
6. Trasformare il libro in uno strumento di tortura
7. Rifiutarsi di leggere al bambino
8. Non offrire una scelta sufficiente
9. Ordinare di leggere per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura

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 *Gianni Rodari sul “Giornale dei Genitori” , 1964

Di borse, di figlie e di sensi di colpa…

Qui è dove rispondo (e poi parto per la mia tangente) alla mamma di Ludovica che mi ha chiesto cosa c’è dentro alla mia borsa partendo da un’articolo della mitica Claudia de Lillo (alias Elasti) che così titolava: “La borsa è la vita, ogni cosa lì dentro racconta di te”.

Il contenuto della mia (grande) borsa ultimamente è ridotto all’essenziale. Portafoglio, agenda, quaderno appunti, biro, occhiali da sole, fazzoletti, salviettine (più varie ed eventuali che si aggiungono a seconda dei casi e delle necessità della pisquana: bambole, peluches, pennarelli, album da colorare, bottiglietta dell’acqua, caramelle, margherite). Sarà che sono in una fase della vita in cui vorrei puntare all’essenziale?! O forse sarà la crisi? Si, si, in questo momento c’è grossa crisi, la seconda che hai detto. (Quelo mi manchi tantissimo…)

La cosa divertente è che la mia pisquana treenne ha già iniziato da tempo a praticare quest’arte: l’arte dell’amare e del riempire e svuotare le sue borse-borsine-borsette (ne ha più di me e qualunque oggetto si presti viene trasformato in borsetta anche se non lo è) con tutte le sue (E LE NOSTRE) mille cosine… Ormai quando in casa sparisce qualcosa si va a cercare lì, l’ultimo eclatante ritrovamento è stato il Gesù bambino del presepe scomparso la Vigilia di Natale. Niente da fare, dev’essere proprio che la borsa, noi femmine, ce l’abbiamo nel dna, che dite?

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Ma un dubbio ultimamente mi frulla per la testa: che sia “colpa” mia. Colpa de che?! Che c’entra con le borse. C’entra perché mi accorgo che lei mi imita tantissimo, anche su queste piccole cose.

Delle fasi che attraversano i pisquani ne hanno riempite pagine e pagine di libri (che non ho mai letto), io me ne sono sempre un po’ infischiata (l’unico che ho letto e che mi è molto piaciuto è stato quello, famosissimo, di Tracy Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati). Di queste mitologiche fasi l’unica che ho davvero testato e verificato sulla mia pelle è stata quella dei terribili due (anni). Per il resto ho tirato dritto per la mia strada e lei per la sua, e tanti saluti a tutti, ai libri e alle loro varie teorie. Finora.

Ora mi sta venendo come il presentimento che anche le mamme attraversino delle fasi. E io adesso sono nella fase dei sensi di colpa. Mai avuti prima. Come ogni brava ragazza che si rispetti, anche io, in generale, mi faccio un sacco di paranoie, va pur detto, tutto regolare. Ma i sensi di colpa non mi erano mai capitati, in questa misura almeno. Adesso risento la mie parole rimbombarmi nelle orecchie che dicono: no, questo no, questo non si fa, questo non si fa così, questo non si fa adesso. Ho iniziato a preoccuparti di tutte le volte che non vorrei alzare la voce ma non ce la faccio, di tutte le volte che mi è scappata una sculacciata solo per nervosismo. Mi rendo conto che è inevitabile che capiti ma, certe volte, vorrei essere una tipa “diversa”. Mi trovo davanti una treenne con un carattere già più forte del mio, già ribelle (e un po’ ne sono anche fiera), già – per fortuna e grazie al cielo – con le idee molto chiare su quello che vuole o non vuole dalla vita. Una pisquana che mi imita e mi assorbe. (Aiuto!)

È arrivato il giorno in cui mi si sta facendo sempre più chiaro che quando crescono non è più facile, ma che il rischio d’essere mamma cresce ogni giorno di più insieme a loro… Però questa è una cosa bellissima, che c’entrano i sensi di colpa, dico io?!

Anche le mamme attraversano delle fasi, vero? Poi mi passa, vero? Poi ritorno a-normale come prima, vero?

 

Di mamme e di genitorialità, di scelte e di rinunce, di draghi e di desideri, del tempo che passa e di un chissàdove…

Lei viveva in un luogo dove passato e presente, ieri e domani, prima e dopo non esistevano. Un luogo dove l’estate non arrivava prima dell’autunno e la sera non veniva dopo la mattina. Dove il sabato e la domenica erano uguali agli altri giorni della settimana. Le ore, i minuti e i secondi non passavano sopra alla sua testa, né visibili né invisibili. Un luogo dove non si avevano rimpianti per quello che era già successo o paura di quello che ancora doveva capitare. Lei viveva adesso. E il tempo era suo amico.

Io vivevo in un luogo dove si aveva nostalgia di quello che era successo ieri e preoccupazione per quello che accadeva domani, dove si contavano le ore, i minuti e i secondi che separavano l’estate dall’autunno, la mattina dalla sera, la domenica dal lunedì. Io vivevo nell’attesa, sospesa tra il desiderio e la realtà. Il tempo era la mia guerra.

Noi ci siamo incontrate un giorno, a quell’ora precisa, a cavallo di un drago, mentre il vento soffiava forte e le sue ali tese volavano veloci portandoci in un lontano chissàdove. Per la prima volta nella sua vita lei si era spaventata del vuoto sotto di sé. Per la prima volta nella mia vita io non avevo avuto paura perché quel vuoto lo conoscevo bene.
L’ho presa tra le mie braccia e me la sono stretta al petto. Insieme cavalchiamo il nostro drago.
Insieme verso chissàdove.

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P.S. Non mi sono fumata niente di strano e, per ora, non faccio ancora parte del gruppo degli alcolisti anonimi. È soltanto colpa del mio passato da studiosa di storia medievale, son cose che lasciano il segno, e allora sì, nel Mezzo Mondo di Uescivà i draghi esistono. E, spesso, per mettere a fuoco certe questioni che mi stanno a cuore mi viene più naturale ed efficace usare una “visione”, piuttosto che l’articolazione di un discorso.

P.P.S. Per Sofia ho dovuto fare molte scelte difficili e molte rinunce, è stato ed è difficile(issimo), a volte mi arrabbio con il mondo e con il sistema, mi preoccupo, mi angoscio e via dicendo. Sono dovuta ripartire da zero, cambiare mille lavori, ingoiare molti rospi, fare orari assurdi, essere nervosa e stanca. Non ho quel che si può chiamare un bel carattere e sono decisamente una tipa più “pessimista” che “ottimista”. Quindi non è frutto di un’inclinazione personale: ma non mi è mai capitato di provare rimpianti. Non credo nelle scelte sbagliate. In quelle sofferte e difficili sì. Se devo mettermi a fare la conta, sono più le cose che ho scoperto e imparato, le cose che posso regalare a Sofia in termini di esperienza, le persone che ho incontrato, di tutto quello che ho dovuto lasciare. Ogni cosa, anche quella più controversa o paradossale, mi ha finora insegnato qualcosa e desidero portarla con me e darla a mia figlia, nel bene e nel male. Raccogliendo gli errori dove sono stati, dove sono e dove saranno, perché anche gli errori e il tempo che passa sono parte del cammino, perciò preziosi. Perciò senza rimpianti*.

***

Vivo nelle attese
e mi consumo senza pazienza
il tempo è la mia guerra.

Guardare quello che non si può vedere
chiamarsi da lontano e aspettare
ciascuno il proprio arrivo.

Il tempo è la nostra occupazione misteriosa
grandioso sfinimento.

***

*A proposito di:
Bisognerebbe fare i figli a 50 anni (per poterseli godere senza dover dimostrare che si può fare tutto)
Quello che mi manca
Di ministri col pancione, emancipazione femminile e donne senza scelta

O voi signori che scrivete le sigle dei cartoni animati…

Che felicità dolci a volontà, è l’incanto che scende nel cuore
che scalda il pancino con amore…

***

Dato che la legge del contrappasso esiste, come già vi dicevo, da tanta madre stonata come una campana è saltata fuori una pisquana molto intonata che adora le canzoncine di ogni tipo. E, ora che le sue proprietà linguistiche stanno esplodendo, la ragazza assorbe come una spugna qualunque cosa le capiti a tiro ripetendola a nastro. Quindi, da un po’ di tempo a questa parte, mi capita (ebbene sì, mi stupisco sempre anche io di questo fatto, l’istinto materno esiste veramente!) di stare attenta a tutto quello che il suo radar auricolare supersonico intercetta.
Succede così che mi accorgo di cose a cui prima non avevo mai badato più di tanto. Per esempio: i testi delle sigle dei cartoni animati…
Un giorno la sento cantare a squarcia gola qualcosa che riguarda un albero blu, la felicità, qualcosa del genere, non ci faccio caso, poi anche il giorno dopo lo stesso motivetto, finché non arriva e mi chiede:

Mamma perché la felicità è un albero di ghiaccio blu?

Pausa di riflessione. Unisco i puntini prima di rispondere, prima che una risposta sbagliata, anche solo di qualche millimetro, mi ritorni indietro come un boomerang in piena fronte…e allora le chiedo cosa stava cantando:

Mamma è Pororo!

Pororo o Totoro?

Po-ro-ro

E chi è?

Un cartone di Yo Yo…

Ah

Faccio mente locale del cartone incriminato, che ricordo bene in quanto cartone più brutto che passino su Yo Yo, e mi metto ad ascoltare la sigla che finisce con queste parole: “perché la felicità è un albero di ghiaccio blu”. Ecco dico io, ma che vuol dire? Non fa nemmeno rima… Vabbè da quel momento in poi è stata la fine, ormai non guardo più i cartoni per controllare come sono, ascolto solo le sigle. Un incubo. Si perché, pur di inseguire la più banale delle rime, va a finire che saltano fuori cose ridicole e senza senso che la pisquana va in giro a cantare spensieratamente. Ma, più di tutto, quello che mi fa impazzire è l’abuso di certe parole, piazzate qua e là senza senso e quindi snaturate di ogni significato, tipo, solo per citarne alcune (ma so che ce ne sono molte altre da menzionare, lascio a voi il divertimento…): felicità (in pole position), amore, amicizia, poesia, cuore:

– … perché la felicità è un albero di ghiaccio blu (no comment…)

– … gli uccelli stan cantando, il sole sta nascendo e Pat è pieno di felicità (ma perché????)

– … la casa delle api è la felicità (ah sì…?)

– … ha tanti amici, 303, perché è la Pimpa ecco perché (non fa una piega….)

– In un paese pieno di poesia c’è un sole pieno di magia, qui vive un’ape che con il suo amore ci fa illuminare il cuore (ma cosa si fumano nel paese dell’ape Maia?)

E poi è arrivata lei, la sigla di Dixiland (uno dei cartoni più belli visti su Yo Yo, per quel che mi riguarda…) ed è stato amore folle e incondizionato al primo ascolto: la sigla più bella del mondo, la sigla che mi fa venire i lacrimoni di commozione ogni volta che la sento (più per la musica che per le parole), l’unica sigla dove sono riusciti a infilarle tutte in una sola strofa: felicità, cuore, amore, cielo blu; l’unica sigla  dove persino la parola felicità ha un suo perché: “che felicità dolci a volontà”… d’altra parte cos’è la felicità per un bambino (anche per una mamma certe volte…) se non dolci a volontà?!

Ad ogni modo, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, sappiate che i bambini non sono come gli adulti, ma:

– ascoltano e prendono sul serio le parole che sentono

– danno il giusto peso a certe parole

– sono sempre alla ricerca del significato delle cose

– non li fai fessi molto facilmente

E inoltre:

– poi vanno dalla mamma a fare domande strane e difficilissime

– poi vanno in giro a dire/ripetere/cantare cose strane (ma forse questo lo fanno anche gli adulti…)

Quindi, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, s a p e v a t e l o:  i nostri pisquani vi ascoltano e filtrano le parole che gli propinate, pertanto abbiatene cura! Se proprio non sapete cosa scrivere, se proprio dovete fare qualcosa di demenziale, fatelo bene e fateci ballare! Ecco.

http://www.youtube.com/watch?v=N-kuHq5rJYU

Storia di una stella, storia di te e di me, storia del Mistero del mondo

– Mamma perché le stelle non parlano?
– Oh no Sofia, le stelle sono lì, vedono tutto e hanno un sacco di cose da dire! Solo che bisogna imparare a guardarle per riuscire ad ascoltarle…

 ***

mccay6Noi le vediamo sempre lì, belle, immobili, su nel cielo, lontane.

Ma le stelle sono fatte di movimento, di un movimento tutto loro che hanno dentro e che però può agitare e cambiare quello che gli gira intorno.

Perché una stella nasce proprio dal movimento, dall’agitarsi disordinato di tante cose: correnti di gas, particelle, dal caldo e dal freddo, dall’elettricità e da altre diavolerie intergalattiche che magari nemmeno sappiamo cosa sono e che vagano spensierate per lo spazio.

Ad un certo punto, succede che tutti questi elementi vagabondi si incontrano in un incontro così fatale da generare intorno a sé la materia. Una materia che brucia incandescente di una luce blu.

Dopo, nel suo crescere, continuo bruciare e girare, rigenerarsi e non stancarsi, la stella si scalda e cambia colore e, nel suo massimo splendore, diventa bianca.

Quando poi il peso del tempo e del vento spaziale si fa grave e il bruciare diventa un mestiere troppo faticoso, la stella non riesce più a tenere insieme tutto quel movimento che ha nel cuore. Allora la sua luce si affievolisce, piano piano, diventa gialla, poi rossa. La stella è arrivata alla fine dei suoi giorni, si rilassa e la sua materia si lascia andare fino a esplodere. Da questa enorme esplosione galattica nascono i pianeti e molte altre cose.

Ma la vita di una stella può anche andare a finire in un altro modo.

Se una stella è molto grande, grande quanto cinque soli tutti insieme, dopo essere esplosa, il suo movimento non si ferma, ma continua e accelera, accellera, accellera…

foto-7E così quel che era esploso si ricompone accelerando ancora, per riesplodere e ricomporsi nuovamente, accelerando e aumentando sempre più la sua energia…

A questo punto succede qualcosa di strano e misterioso. La stella comincia a risucchiare la sua materia e le polveri e l’elettricità e tutto quello che trova vicino a sé. E si rimpicciolisce fino a implodere nel suo stesso cuore, sparire nella sua stessa luce. Diventa un buco nero. Un non si sa che. Un posto così profondo, così buio, e tanto fermo che potrebbe anche essere l’inizio del mondo. Il cominciamento di tutte le stelle, di tutte le cose che stanno nel cielo e sulla terra. Il cominciamento di ogni movimento. Il cominciamento di me e di te.

In molti si adoperano per spiegare questo fatto, in tanti modi, con grandi e grandiose teorie, ma non bastano tutta la scienza e la fantasia del mondo per figurarsi cosa, in quel momento, di fine e di inizio insieme, accade veramente. Solo le stelle lo sanno.

E tutta la scienza e la fantasia del mondo non bastano nemmeno per spiegarci da dove veniamo io e te. Ma forse le stelle, che abitano lassù, vicino a Chi le ha disegnate, loro sì che lo sanno…

***

http://www.youtube.com/watch?v=Oh9jIdPH48g

***

Questa storia non ha alcuna pretesa né, tantomeno, valenza scientifica. Nasce da una reminiscenza liceale, una delle poche cose che mi ricordo (perché mi affascina moltissimo) delle mie terribilissime ore di lezione di Scienze!

CHI uccide la creatività dei nostri figli?

“La creatività è la base per la capacità, una volta diventati adulti, di rispondere alle criticità, di analizzare l’esistente con la propria testa, di relazionarsi con gli altri, di apprendere e accogliere le novità”, scrive Venessa Niri su Wired. “Cosa uccide la creatività dei nostri si figli?”. Ecco la (bella) domanda che pone questo interessante articolo. La risposta che l’autrice propone mi piace, mi interroga e mi preoccupa. E questo, secondo me, è segno che si tratta di una bella domanda, una domanda che un genitore di questi tempi credo debba necessariamente porsi su più fronti. Io me la pongo, spesso, e condivido quello che Vanessa scrive nel suo articolo: Stiamo privando sempre più i bambini dell’opportunità di inventarsi da soli i propri giochi e le proprie avventure, gli impediamo di annoiarsi, di giocare senza la supervisione di un adulto, senza la sua protezione. Sono le nostre ansie, e la nostra percezione distorta dei pericoli, a rendere i nostri bambini sempre più piatti e sempre meno capaci di raccontarci quelle storie che, da adulti, non sappiamo più inventare. Lasciarli giocare da soli, rischiare che si sbuccino un ginocchio, che si annoino ululando ‘Non so cosa fare!’, regalare loro giochi più liberi e meno strutturati (più palloni, più pennarelli, meno videogiochi, meno televisione), accettare che sporchino la gonna o i jeans dipingendo con i colori a dita, è un grande, grandissimo investimento sul futuro”.

Si tratta di un argomento che mi sta molto a cuore e che già ho trattato raccontanti della bellissima lezione di Ken Robinson, anche lui se la prende con i ‘grandi’: “Tutti i bambini hanno enormi talenti e noi li sprechiamo, senza pietà. – afferma Robinson – La creatività è tanto importante nell’educazione che la dovremmo trattare al pari dell’alfabetizzazioneSe non sei preparato a sbagliare non ti verrà mai in mente qualcosa di originale. I bambini si buttano, non hanno paura di sbagliare. E quando diventano grandi la maggior parte di loro perde quelle capacità creative. Diventano terrorizzati di sbagliare. E noi gestiamo aziende in questo modo, stigmatizziamo errori. E abbiamo sistemi nazionali d’istruzione dove gli errori sono la cosa più grave da fare. E il risultato è che stiamo educando le persone escludendole dalla loro capacità creativa. Picasso disse che tutti i bambini nascono artisti. Il problema è rimanerlo anche da adulti. Non impariamo a diventare creativi, ma disimpariamo a esserlo. O, piuttosto, ci insegnano a non esserlo”.

Si tratta di un argomento connesso a molti altri. Il rapporto dei bambini con le nuove tecnologie, per esempio.

A questo proposito, in questi giorni, è partita un’iniziativa, promossa da AIB (Associazione Italiana Biblioteche), AIE (Associazione Italiana Editori), Filastrocche.it e Mamamò.it: si chiama #NatiDigitali. 

Obiettivo della ricerca è far luce sulle nuove modalità di lettura dei bambini – di età compresa tra 0 e 14 anni – nell’era digitale, indagando il punto di vista di mamme e papà (oltre che dei bibliotecari). Gli strumenti digitali hanno sicuramente modificato le nostre abitudini famigliari e ancor più i comportamenti dei bambini, non a caso definiti “nativi digitali”. Diventa interessante, dunque, scoprire quale rapporto abbiano i bambini di oggi con i libri cartacei e  digitali e quali siano le preferenze dei genitori: sono disposti a leggere con loro una storia su app o prediligono ancora la forma tradizionale stampata? Considerano gli ebook un pericolo o un’opportunità? Ecco il questionario on line.