L’estratto conto della felicità

Passano giorni che non ti lasciano nemmeno un minuto per prendere il fiato.
Così  o g g i  è arrivato che quasi non me ne sono accorta.
Sono 33
33 come i pirati, come i numeri del dottore, come gli anni di Gesù.
33 è un numero bellissimo, terribile e impegnativo, ma bellissimo
Dentro a questa vita che cambia e gira veloce, dentro a questo fatto del tempo che passa, succede che all’ingresso del mio terzo anno di vita pubblica, certe (piccole) cose che solo qualche anno fa erano ordinaria amministrazione, quasi abitudine, dovute e scontate, iniziano a diventare sorpresa e regalo.
Chiudere la porta e prendermi questa manciata di minuti per scrivere, senza dire niente a nessuno, senza rispondere a tutti quelli che ogni cinque secondi mi chiedono di fare questo e quell’altro.
Vestirsi carini, uscire una sera da soli, io e lui, mangiare bene e poi passeggiare senza meta, senza fretta.
Mettersi d’accordo con un’amica di vecchia data per una birra una sera.
Questi sono i miei regali di compleanno, le mie sorprese.
Accorgersi che succede. Accorgersi che posso imparare a guardare la mia vita vedendo che ogni (piccola) cosa è regalo e sorpresa, conquista e liberazione. Senza cadere nell’inganno del cinismo cosmico (anche se un pizzico di ironico cinismo fa sempre bene alla salute e allo spirito, eh!).
Eccolo qui, in estrema ratio, il regalo più bello che può farmi il tempo, il tempo che non passa ma che mi accompagna.

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“…ognuno guarda fuori dal suo finestrino come quando si arriva in villeggiatura, che tutto va registrato, finisce sull’estratto conto della felicità.”
Andrea Bajani

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C’erano una volta una mamma, una pisquana e il carnevale

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C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava il carnevale, il rosa fucsia, le paillettes, i raduni mascherati per la strada e gli assemblamenti di bambini urlanti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le principesse ammiccanti e vestite di rosa.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma, stonata come poche, che odiava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le festine di compleanno di massa, le chiacchiere con le altre mamme alle festine di compleanno, le chiacchiere con le altre mamme interrotte da bambini urlanti, le chiacchiere di circostanza, le chiacchiere interrotte in generale, le chiacchiere a vanvera e quelli che non stanno mai zitti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava i bambini urlanti (solo quelli urlanti eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che si vestiva solo di rosa fucsia, preferibilmente con molte paillettes, e che si sarebbe travestita da principessa anche per fare la doccia e per andare a dormire.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava gli assemblamenti di bambini urlanti di qualunque tipo, se in piazza meglio ancora.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana, molto intonata, che adorava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava le festine di compleanno di massa e interrompere le chiacchiere delle mamme alle festine di compleanno di massa.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava i bambini urlanti (e anche tutti gli altri eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che era una bambina urlante e non stava mai zitta.

C’erano una volta una mamma e una pisquana. E poi ci siamo io e te (che usciamo di testa per qualunque tipo di scarpa, scarpina, scarpetta. Per esempio…).

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La Signora Tredicipaia

– Mamma guarda ho tre piedi bellissimi
– No Sofia guarda che ne hai due di piedi
– Ma sei sicura?
– Si che sono sicura!
– Mamma secondo me tu ci vedi doppio!

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Alla Signora Tredicipaia mancava sempre un giovedì.
L’aveva cercato nella borsetta, sotto al divano, nel frigorifero e giù in cantina.
Aveva sporto denuncia al commissariato delle questioni irrisolte.
Aveva fatto richiesta al ministero dei giorni perduti.
Ne aveva parlato con le amiche, quelle che pensavano di avere tutti i giorni pari al posto giusto.
Ogni primo mercoledì del mese la Signora Tredicipaia andava dalla Madonna della cause perse a chiedere di poter ritrovare il suo giovedì.
Con il cuore affranto, non riceveva risposte da nessuno ormai da anni.
Né dal commissariato delle questioni irrisolte, men che meno dal ministero dei giorni perduti, le amiche erano troppo impegnate a vantarsi di avere tutti i loro giorni pari al posto giusto e persino la Madonna delle cause perse sembrava essersi dimenticata di lei.
Ogni giorno della sua vita, da quando aveva perso il suo giovedì, aveva cercato, pregato, sperato. Con un’unica idea fissa nella mente: ritrovare ciò che aveva perduto.
Era il primo mercoledì del mese di maggio, la Signora Tredicipaia si era fermata più a lungo del solito ai piedi della Madonna delle cause perse, solo lì il suo cuore ferito non provava alcuna vergogna e trovava un poco di ristoro e di comprensione.
Era uscita dalla piccola chiesa con le lacrime tiepide che le rigavano le guance secche.
Quella bimba con gli occhi grandi e accesi come la prima stella della sera le era venuta incontro saltellando:
Guarda Signora, ho tre piedi bellissimi! – le aveva canticchiato piena d’orgoglio la bimba
No bella bimba, guarda che, come tutti, ne hai due di piedi – le aveva risposto seria seria la Signora Tredicipaia
Ne sei proprio sicura triste Signora? – aveva ribattuto ancora più seria la bimba
Ma certo! – aveva esclamato stupita la Signora Tredicipaia
Triste Signora secondo me tu ci vedi doppio! – e con un sorriso grande come il cielo la bella bimba aveva salutato la triste Signora ed era volata via.

La Signora Tredicipaia aveva ripreso il suo cammino verso casa sfiorando i muri delle case con la punta delle dita. Respirava l’aria opaca del tramonto. Sorrideva. Niente mai le era mancato.

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Dedicato ai papà (ma anche alle mamme): il mondo capovolto di Grant Snider

Ho “incontrato” un papà che ha raccontato in modo creativo e ironico il suo mondo capovolto dopo l’arrivo del figlio. Questa idea del mondo capovolto l’ho sentita molto vicina a quella che io ho chiamato il Mezzo Mondo. Che per me ha voluto anche dire “imparare a guardare, guardarmi fino in fondo, fare i conti con me stessa, voler ancora più bene al suo papà, ai nonni, agli amici. Imparare la pazienza. Imparare a farmi la doccia in 45 secondi. Imparare ad arrangiarmi, a rinnovarmi, a resistere, a restare da sola, a ricominciare. Imparare a cambiare tante vite in una sola vita” . Si, è stato un bel capovolgimento, anzi bellissimo!

Ecco questo è il mondo capovolto raccontato da Grant Snider che, ogni settimana, pubblica le sue strisce di fumetti sul New York Times e sul suo blog Incidental Comics.  Cliccate sulle icone qui sotto per guardarle in dimensione reale.

Le confessioni di una mamma pericolosa

Oggi che c’è una giornata affilata e alta con il suo cielo d’inverno

limpida e pulita come la tua voce di bambina

oggi che questa luce scende orizzontale e diritta ad altezza d’uomo

e quella palla infuocata di sole mi guarda negli occhi e mi chiede chi sei? cosa vuoi?

mentre le chiacchiere da bar rotolano dalla radio ripetendo i soliti auguri da quattro soldi per la fine dell’anno

io ti guardo e ti penso

e non ho nemmeno un buon proposito che mi scivoli via dalle dita

quali parole scelgo per te? quali parole resisteranno alla conta dei giorni

alla prova del tempo alla pazienza della tua piccola età?

ti diranno stai serena, vivi in pace, stai tranquilla e vai per la tua strada

mentre la tua mamma pericolosa nel profondo del suo cuore pensa il contrario

e ti dirà che ti augura di non stare mai tranquilla

di lanciare la tua anima lontano

lungo il confine di queste ombre che si allungano sui campi d’inverno, senza fine

di non avere paura quando arriverai sull’orlo dell’abisso

e di appoggiare il tuo cuore quando sarà stanco e lacerato

non più nelle mie, ma nelle mani di Chi ti ha decisa

e di continuare a correre contro vento contro luce dentro la luce dentro al vento

vai

e così sia.

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“Maledetto l’uomo che non sa scagliare la freccia del proprio desiderio oltre l’immaginazione”

  

Il Mezzo Mondo

Ero sempre lì, sulla soglia, durante quel fatidico interminabile momento in cui ho affacciato il naso nella blogosfera, quando, oltre a scoprire un simpatico mucchietto di paroline aliene e altre cose sconosciute, mi sono ritrovata davanti a un innumerevole elenco di mommyblog. E a momenti mi piglia un colpo. Il web ne è davvero pieno, sono tantissime le mamme nella blogosfera!

E, va bè, la domanda sorge spontanea, come mai? Ci saranno molte e variegate spiegazioni. Forse c’è bisogno di un po’ di riconoscimento per questo mestiere che si dà tanto per scontato, ma è il più difficile del mondo? Bisogno di confrontarsi e condividere? Reinventarsi un lavoro a misura di famiglia? Tra tutto, io penso che, probabilmente, il motivo di fondo è lo stesso per tutte e sono le tantissime cose che abbiamo imparato e che stiamo impariamo dai nostri bimbi.

E allora ci ho pensato, a lungo, a quello che mi è successo quando è arrivata la pisquana. Come vi dicevo, quella sera, non per caso e non certo all’improvviso, ma di schianto certamente, sono proprio precipitata in un altro mondo dentro a questo mondo, io l’ho chiamato il Mezzo Mondo di Uescivà.

bosco di rovo 6Un mezzo mondo perché raramente ci facciamo veramente attenzione, perché forse è un po’ sfuggente, difficile da vedere e da acciuffare come un bimbo che corre veloce. Un mezzo mondo perché a raccontarlo non bastano le parole, ma ci vuole uno strano difficilissimo mix di ingredienti mica semplici da recuperare per un adulto. Quel mezzo mondo che nelle migliori favole si trovava con un passaggio segreto, una porta nascosta o dentro a uno specchio e che da bambini, per una volta almeno, tutti abbiamo cercato di nascosto da qualche parte in casa nostra. Io da piccola ne ho trovati molti di quei passaggi, me lo ricordo, ma adesso è più difficile.

Uescivà?! Come si fa?! Mi chiede sempre la pisquana nella sua lingua da bambina. Bella domanda. Me lo sono chiesto (e credo continuerò a chiedermelo per tutta la vita) un millimiliardo di volte da quando è arrivata: ma come faccio adesso a guardare il mondo alla sua altezza dalla mia? (che poi quando la disparità d’altezza non ci sarà più, sarà magari anche più difficile…).

Ecco per me forse il passaggio segreto è stata la scoperta che da quell’esserino, fin da subito, avevo più cose da imparare che da insegnare.

Imparare a guardare, guardarmi fino in fondo, fare i conti con me stessa, voler ancora più bene al suo papà, ai nonni, agli amici. Imparare la pazienza. Imparare a farmi la doccia in 45 secondi. Imparare ad arrangiarmi, a rinnovarmi, a resistere, a restare da sola, a ricominciare. Imparare a cambiare tante vite in una sola vita.

Ognuno ha una sua particolarissima strada. A me è stata data in dono questa. E così la piccola Sofia, oltre ad avermi insegnato a diventare una mamma, mi sta soprattutto aiutando a diventare la persona che “dovevo” essere.