L’infanzia è uno spazio grande

Non riesco a ricordare il momento in cui quel cortile si è d’un tratto rimpicciolito. Il soffitto del portico si è abbassato. Il viale accorciato. La sua casa infeltrita intorno a me.

Ricordo invece perfettamente il parapetto del balcone, laccato di verde, sovrastarmi di una spanna. Attaccavo le mollette per stendere i panni, di plastica colorata, in fila, tra un quadratino e l’altro della ringhiera. Mattinate e pomeriggi interminabili, infiniti, come quegli spazi che oggi mi sembrano così piccoli e stretti. Era tutto grande, ampio, arioso, infinito, lo spazio non mancava mai.

Dormivamo insieme nel suo letto matrimoniale. Anche allora, quando mi infilavo sotto le lenzuola, avevo sempre i piedi gelati. Li mettevo vicino alle sue gambe calde, cercavo lo spazio tiepido che il suo corpo disegnava. Come faccio adesso accovacciandomi accanto a mio marito. Poi lei mi morsicava il polso, pizzicava ma mi piaceva, l’orologio.

Al mattino lei si alzava molto presto. Io potevo dormire quanto volevo. La luce che entrava dalle finestre in casa sua era tutta un’altra cosa. Ogni casa ha una luce tutta sua che entra dalle finestre. Non ce n’è una uguale all’altra. Serve per orientarsi al risveglio. Per ritrovare la strada dopo lo sperdimento della notte. Riagganciarsi al destino del mondo prima di metter giù i piedi dal letto. Bisogna farci caso o, quanto meno, imparare a farlo. Accorgersi della luce del mattino. La luce del mattino a casa sua era verde. Non faceva paura. Era tanta perché non c’arano le tapparelle. A casa mia, invece, c’erano le tapparelle, marroni, e la luce era marrone, affilata. Da lei c’erano le persiane, verdi, e le persiane non tagliano la luce come le tapparelle. Lasciano che si espanda più morbidamente, senza le infiltrazioni dei racconti notturni.

Le altre case della mia infanzia, invece, non si sono rimpicciolite, sono rimaste più o meno uguali. Il Buondì inzuppato nel tè della colazione, la consistenza delle lenzuola e il rumore della macchine sulla strada la sera tardi, appartengono alla casa della nonna paterna.
Poi c’era la casa in campagna, la nonna bis e la zia. Le mosche sui muri, il caldo assordante delle due del pomeriggio nell’orto, i piedi nudi sulla terra, sul cemento, sui mattoni e sull’erba, le campane al mattino e quella particolare andatura dei letti e delle loro reti antiche, le carte della Briscola e la Settimana enigmistica.
C’è stata anche una casa in montagna. Ma quella adesso non mi piace, allora mi piaceva. Lei l’odore del legno e del camino, le voci dei vicini di casa.

L’infanzia è uno spazio grande, il posto non manca mai. Il cuore si dilata senza drammi.
Non riesco a ricordare il momento in cui il mio cuore ha smesso di dilatarsi spontaneamente. Come accade a ogni persona quando diventa “grande”. Adesso occorre tenerlo in esercizio costante per evitare che si fermi, che indurisca le pareti e smetta di espandersi.

Ma la luce del mattino, quella ho imparato a ri-conoscerla, ogni giorno meglio del precedente, in qualunque stanza mi capiti di svegliarmi.

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Tempeste e palloncini

È arrivato quel giorno. Hanno chiesto alla trenne pisquana di descrivere la sua mamma. È successo in occasione della festa della mamma. Sul disegno che accompagnava il suo regalino ho trovato scritto (dalla maestra sotto dettatura):
“Alla mia mamma piacciono le tempeste e i palloncini”. That’s it.

festa della mamma

***

La Signorina Qu non voleva più vedere nessuno. Non aveva voglia di invitare gente a cena. Di fare chiacchiere inutili. Stare con altre persone. Sparpagliare  c o m e s t a i  di qui e di là. Sperperare risposte approssimative a chicchessia.

Alla Signorina Qu si erano aggrovigliati tutti i pensieri nella testa. Aveva solo bisogno di starsene un po’ tranquilla. In silenzio. Da sola.

Ma la solitudine non era più di moda. E nemmeno il silenzio era più di moda. Bisognava riempirsi le orecchie di parole e le giornate di cose da fare e di  p e r s o n e d a f r e q u e n t a r e. Insomma, starsene un po’ da soli con se stessi non era più di moda.

Non lo si poteva mica ammettere, ma il motivo era che “starsene da soli con se stessi” è una questione complicata. C’è da guadarsi dentro, sgrovigliare i pensieri, capire un po’ che piega sta prendendo la propria storia. Stare da soli con se stessi richiede anche un certo esercizio e molta disciplina. Vuole dire non spaventarsi se dal cuore o dallo stomaco o dal groviglio di pensieri saltano fuori certe domande da un milione di dollari. Tipo a cosa serve la vita, cosa ne sto facendo, come stanno per davvero le persone intorno a me, come sto io per davvero, e molte altre.

La Signorina Qu non aveva mai avuto paura di farle saltare fuori queste domande. Certe volte però le si attorcigliavano alla spina dorsale, e le veniva il mal di schiena. Si aggrovigliavano dentro la pancia, tra i capelli, tra i pensieri, e allora le faceva male tutto.

Un giorno di questi, dove tutto le faceva male, mentre tornava a casa, un temporale all’improvviso si addensò sopra alla sua testa. Un tumulto di nuvole basse, nere e grigie annodate e arrabbiate come i suoi pensieri aggrovigliati, precipitò dal cielo sciogliendosi in uno scroscio di pioggia veloce, vento prepotente, tuoni e fulmini d’argento.

La Signorina Qu camminava a testa bassa coprendosi con un piccolo ombrello obliquo. Non vedeva nulla davanti a sé, solo i suoi piedi. Tempesta benedetta! I suoi passi vennero interrotti da un tonfo.

Nello scontro i loro pensieri tutti annodati erano cascati per terra e si erano inzuppati di pioggia e di vento.

La Signora Tredicipaia li aveva raccolti da terra con cura, come fossero la cosa più preziosa del mondo.
Aveva allungato le mani per ridarli alla legittima proprietaria, ma si erano mischiati ai suoi e non si poteva più distinguere di chi fossero.
Accidenti, aveva detto la Signorina Qu un po’ smarrita e imbarazzata.
Le andrebbe una tazza di caffè? Le aveva chiesto la Signora Tredicipaia.

La Signorina Qu non aveva nemmeno risposto. Si era incamminata al fianco della Signora Tredicipaia verso il bar più vicino.

Un tuono in lontananza, le nuvole, accompagnate dal vento, si stavano diradando.

Di lavoro e dell’importanza di saper scrivere

Non aggiorno il blog da qualche tempo e c’è un motivo. Anzi, ce ne sono tantissimi… tra questi una mattinata all’Università Cattolica di Brescia, dietro la cattedra…

Se c’è una cosa che ho sempre pensato, fin dai tempi del liceo, è che insegnare non è il mio lavoro: un’idea che mi ha sempre terrorizzata era quella di entrare in una classe a parlare, spiegare, insegnare.

Potete figurarvi lo scompiglio che ha generato in me e nelle mie convinzioni la proposta di tenere una lezione all’università. Molto. Scompiglio. Molto. Io che poi prendo ogni piega della vita come fosse una questione di vita o di morte. Io che ho iniziato a scrivere perché parlare non era proprio per niente la mia passione, in pubblico poi…

Ma, sapete com’è, la vita è davvero uno strano mestiere e chiede di continuo di uscire dalla propria zona d’ombra. E più si va avanti e più lei insiste, viene lì e ti stana, proprio dai tuoi angolini preferiti. Come si fa a dirle di no? Dopotutto mi sto accorgendo che è molto più divertente, al saldo dei conti, mettere il naso fuori dalla tana. Non che sia facile eh, ma “nella vita abbiamo sempre due alternative. La seconda via, in generale, è la più difficile da percorrere, anche la più rischiosa. Ma è anche quella che regala più soddisfazioni”. E qui mi auto-cito. Sì perché alla fine sono andata a farla la mia “lezione”…

Pare che i ragazzi che approdano al primo anno della Facoltà di Lettere non abbiano ben chiara l’importanza di saper padroneggiare la lingua italiana scritta e il nesso che tra questa e la capacità di lettura critica intercorre. Fatto un po’ curioso, non trovate? Così per poter dare l’esame di Letteratura italiana devono frequentare un laboratorio di lingua italiana scritta (non scrittura creativa…).

Alla Cattolica di Brescia c’è una prof molto “ganza” che a fine corso propone agli studenti alcuni approfondimenti. E così mi ha invitata a raccontare e a spiegare l’utilità del saper scrivere nel mondo del lavoro, non solo in ambito scolastico o accademico.

E quindi cosa sono andata a dire? Qui solo alcuni spunti. In tono ironico e un po’ provocatorio, ho intitolato la mia lezione: Non sono mai rimasta senza un lavoro perché so scrivere” .

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Quello che scriviamo dice sempre qualcosa di noi. Non è importante scrivere bene solo perché è richiesto o necessario o solo per fare bella figura, nelle parole che scegliamo, nelle fonti che cerchiamo, nelle virgole che mettiamo, nella cura e nel tempo che dedichiamo a rileggere quello che abbiamo scritto, nella precisione con cui rispondiamo alla consegna data, lì e proprio lì, in quei dettagli mettiamo qualcosa di noi e lo diciamo a chi consegniamo il nostro pezzo di carta o il nostro messaggio digitale.

Uno può anche non avere il dono della scrittura, perché anche di dono si tratta, ma la cura e la passione di quello che facciamo queste sì sono responsabilità di chiunque. Scrivere bene è una cosa importante e a tratti fondamentale perché parla di noi, che sia una mail, un compito in classe o un post su Facebook.

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Ci sono alcuni dettagli, ormai dati per scontati, che fanno la differenza, che servono per scrivere bene e che vengono prima e vanno oltre la semplice “tecnica”:

– interesse personale per le cose
– curiosità
– attenzione
– passione
– cura del dettaglio
– leggere (non si può imparare a scrivere se prima non si impara a leggere)

E anche questi piccoli dettagli saranno molto utili per trovare un lavoro quando metteranno il naso fuori dall’aula.

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