O voi signori che scrivete le sigle dei cartoni animati…

Che felicità dolci a volontà, è l’incanto che scende nel cuore
che scalda il pancino con amore…

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Dato che la legge del contrappasso esiste, come già vi dicevo, da tanta madre stonata come una campana è saltata fuori una pisquana molto intonata che adora le canzoncine di ogni tipo. E, ora che le sue proprietà linguistiche stanno esplodendo, la ragazza assorbe come una spugna qualunque cosa le capiti a tiro ripetendola a nastro. Quindi, da un po’ di tempo a questa parte, mi capita (ebbene sì, mi stupisco sempre anche io di questo fatto, l’istinto materno esiste veramente!) di stare attenta a tutto quello che il suo radar auricolare supersonico intercetta.
Succede così che mi accorgo di cose a cui prima non avevo mai badato più di tanto. Per esempio: i testi delle sigle dei cartoni animati…
Un giorno la sento cantare a squarcia gola qualcosa che riguarda un albero blu, la felicità, qualcosa del genere, non ci faccio caso, poi anche il giorno dopo lo stesso motivetto, finché non arriva e mi chiede:

Mamma perché la felicità è un albero di ghiaccio blu?

Pausa di riflessione. Unisco i puntini prima di rispondere, prima che una risposta sbagliata, anche solo di qualche millimetro, mi ritorni indietro come un boomerang in piena fronte…e allora le chiedo cosa stava cantando:

Mamma è Pororo!

Pororo o Totoro?

Po-ro-ro

E chi è?

Un cartone di Yo Yo…

Ah

Faccio mente locale del cartone incriminato, che ricordo bene in quanto cartone più brutto che passino su Yo Yo, e mi metto ad ascoltare la sigla che finisce con queste parole: “perché la felicità è un albero di ghiaccio blu”. Ecco dico io, ma che vuol dire? Non fa nemmeno rima… Vabbè da quel momento in poi è stata la fine, ormai non guardo più i cartoni per controllare come sono, ascolto solo le sigle. Un incubo. Si perché, pur di inseguire la più banale delle rime, va a finire che saltano fuori cose ridicole e senza senso che la pisquana va in giro a cantare spensieratamente. Ma, più di tutto, quello che mi fa impazzire è l’abuso di certe parole, piazzate qua e là senza senso e quindi snaturate di ogni significato, tipo, solo per citarne alcune (ma so che ce ne sono molte altre da menzionare, lascio a voi il divertimento…): felicità (in pole position), amore, amicizia, poesia, cuore:

– … perché la felicità è un albero di ghiaccio blu (no comment…)

– … gli uccelli stan cantando, il sole sta nascendo e Pat è pieno di felicità (ma perché????)

– … la casa delle api è la felicità (ah sì…?)

– … ha tanti amici, 303, perché è la Pimpa ecco perché (non fa una piega….)

– In un paese pieno di poesia c’è un sole pieno di magia, qui vive un’ape che con il suo amore ci fa illuminare il cuore (ma cosa si fumano nel paese dell’ape Maia?)

E poi è arrivata lei, la sigla di Dixiland (uno dei cartoni più belli visti su Yo Yo, per quel che mi riguarda…) ed è stato amore folle e incondizionato al primo ascolto: la sigla più bella del mondo, la sigla che mi fa venire i lacrimoni di commozione ogni volta che la sento (più per la musica che per le parole), l’unica sigla dove sono riusciti a infilarle tutte in una sola strofa: felicità, cuore, amore, cielo blu; l’unica sigla  dove persino la parola felicità ha un suo perché: “che felicità dolci a volontà”… d’altra parte cos’è la felicità per un bambino (anche per una mamma certe volte…) se non dolci a volontà?!

Ad ogni modo, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, sappiate che i bambini non sono come gli adulti, ma:

– ascoltano e prendono sul serio le parole che sentono

– danno il giusto peso a certe parole

– sono sempre alla ricerca del significato delle cose

– non li fai fessi molto facilmente

E inoltre:

– poi vanno dalla mamma a fare domande strane e difficilissime

– poi vanno in giro a dire/ripetere/cantare cose strane (ma forse questo lo fanno anche gli adulti…)

Quindi, o voi signori che scrivete le sigle dei cartoni, s a p e v a t e l o:  i nostri pisquani vi ascoltano e filtrano le parole che gli propinate, pertanto abbiatene cura! Se proprio non sapete cosa scrivere, se proprio dovete fare qualcosa di demenziale, fatelo bene e fateci ballare! Ecco.

http://www.youtube.com/watch?v=N-kuHq5rJYU

C’era una volta (e c’è ancora) una perfetta pessima madre…

Questa è una specie di comunicazione di servizio dove vi spiego cos’è quel disegno bianco e rosso che è comparso lì a destra…

Se anche a voi è capitato di parcheggiare un pisquano davanti alla tv per poi rifugiarvi in un’altra stanza a mangiare Pringles o altre schifezze di nascosto, prima di cena, senza farvi sgamare dal suddetto.

Se anche a voi è capitato di sentire rumori sospetti, festanti e sguazzanti provenire dalla vasca da bagno e di ignorarli per finire di farvi i fatti vostri pensando: “…alla peggio trovo il bagno allagato” (e così fu).

Se anche a voi è capitato di chiedere il bis di stuzzichini durante un aperitivo giustificandovi con il cameriere dicendo: “sono per la bambina…” (…)

Se anche a voi è capitato qualcosa di simile. Se anche voi potete aggiungere i vostri aneddoti a questa lista.

Se anche a voi, insomma, – almeno una volta nella vita, in un anno, in un mese, in una settimana o in un giorno – è capitato di sentirvi una perfetta pessima madre, ecco Lucrezia ha creato questo spazio proprio per voi noi, un luogo ideale per madri degeneri che hanno bisogno di fare outing in libertà. E io, che dire, mi sono sentita subito a casa!

Qui è dove ho scelto alcuni punti che mi appartengono, potete trovare il manifesto completo sul blog di C’era una vodka. Potete anche unirvi al gruppo scaricando il logo disegnato da Burabacio. Insomma divertitevi, scatenatevi, aggiungete o togliete punti, e fate come vi pare.

Ricapitolando, siamo pessime madri perché:

– parcheggiamo i nostri nani davanti la tv (mentre ci nascondiamo in un’altra stanza a mangiare Pringles e altre schifezze prima di cena)

– non abbiamo dimestichezza col parco e altri luoghi a misura di Nano;

 – non vediamo l’ora di andare al lavoro per respirare un po’ di libertà;

– portiamo i nostri figli all’asilo nido anche durante i giorni liberi. D’altra parte lo paghiamo profumatamente;

– durante la gravidanza erano le sigarette (e la vodka) a mancarci, mica il prosciutto;

– lasciamo ai papà i lavori “sporchi”;

– aspettiamo ansiose che crescano un po’;

– ignoriamo le urla dei nostri figli a favore di un po’ di sano cazzeggio sul web;

– lasciamo i nostri figli a nonne (o a baby sitter) pur di fare un po’ di shopping, o andare a prender un caffé con le amiche, o per farci un po’ di cazzi nostri in santa pace;

– le salviettine umide sono il nostro lasciapassare per la libertà;

– cuciniamo ai nostri figli cene veloci e frugali tanto a pranzo mangiano bene all’asilo;

– ci rilassiamo talmente tanto dopo averli lasciati al nido che ci dimentichiamo di andarli a riprendere;

– deleghiamo all’asilo totale fiducia per tutto quello che riguarda gli aspetti della loro educazione;

– se si addormentano con gli stivaletti di gomma ai piedi, dopo aver saltellato nelle pozzanghere, guai a svegliarli. anche se sappiamo che il giorno dopo avranno la febbre;

– dimentichiamo di portare dolci e biscotti quando al nido si festeggia un compleanno. Il loro compleanno;

 – i figli si trascinano ovunque, anche nei peggior bar di Caracas;

– quando torna il papà dal lavoro concediamo loro il lusso di stare con i loro figli. Per tutta la sera;

– perché con i nostri figli non è scattato il colpo di fulmine ma ce ne siamo innamorate a poco a poco;

– siamo convinte di essere madri ma anche, e soprattutto, donne.

club_delle_pessime_madri

C’erano una volta una mamma, una pisquana e il carnevale

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C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava il carnevale, il rosa fucsia, le paillettes, i raduni mascherati per la strada e gli assemblamenti di bambini urlanti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le principesse ammiccanti e vestite di rosa.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma, stonata come poche, che odiava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava le festine di compleanno di massa, le chiacchiere con le altre mamme alle festine di compleanno, le chiacchiere con le altre mamme interrotte da bambini urlanti, le chiacchiere di circostanza, le chiacchiere interrotte in generale, le chiacchiere a vanvera e quelli che non stanno mai zitti.

C’era una volta (e c’è ancora) una mamma che odiava i bambini urlanti (solo quelli urlanti eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che si vestiva solo di rosa fucsia, preferibilmente con molte paillettes, e che si sarebbe travestita da principessa anche per fare la doccia e per andare a dormire.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava gli assemblamenti di bambini urlanti di qualunque tipo, se in piazza meglio ancora.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana, molto intonata, che adorava le canzoncine con i gesti, le canzoncine in cerchio, le canzoncine di gruppo, le canzoncine di ogni tipo.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava le festine di compleanno di massa e interrompere le chiacchiere delle mamme alle festine di compleanno di massa.

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che adorava i bambini urlanti (e anche tutti gli altri eh).

C’era una volta (e c’è ancora) una pisquana che era una bambina urlante e non stava mai zitta.

C’erano una volta una mamma e una pisquana. E poi ci siamo io e te (che usciamo di testa per qualunque tipo di scarpa, scarpina, scarpetta. Per esempio…).

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Storia di una stella, storia di te e di me, storia del Mistero del mondo

– Mamma perché le stelle non parlano?
– Oh no Sofia, le stelle sono lì, vedono tutto e hanno un sacco di cose da dire! Solo che bisogna imparare a guardarle per riuscire ad ascoltarle…

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mccay6Noi le vediamo sempre lì, belle, immobili, su nel cielo, lontane.

Ma le stelle sono fatte di movimento, di un movimento tutto loro che hanno dentro e che però può agitare e cambiare quello che gli gira intorno.

Perché una stella nasce proprio dal movimento, dall’agitarsi disordinato di tante cose: correnti di gas, particelle, dal caldo e dal freddo, dall’elettricità e da altre diavolerie intergalattiche che magari nemmeno sappiamo cosa sono e che vagano spensierate per lo spazio.

Ad un certo punto, succede che tutti questi elementi vagabondi si incontrano in un incontro così fatale da generare intorno a sé la materia. Una materia che brucia incandescente di una luce blu.

Dopo, nel suo crescere, continuo bruciare e girare, rigenerarsi e non stancarsi, la stella si scalda e cambia colore e, nel suo massimo splendore, diventa bianca.

Quando poi il peso del tempo e del vento spaziale si fa grave e il bruciare diventa un mestiere troppo faticoso, la stella non riesce più a tenere insieme tutto quel movimento che ha nel cuore. Allora la sua luce si affievolisce, piano piano, diventa gialla, poi rossa. La stella è arrivata alla fine dei suoi giorni, si rilassa e la sua materia si lascia andare fino a esplodere. Da questa enorme esplosione galattica nascono i pianeti e molte altre cose.

Ma la vita di una stella può anche andare a finire in un altro modo.

Se una stella è molto grande, grande quanto cinque soli tutti insieme, dopo essere esplosa, il suo movimento non si ferma, ma continua e accelera, accellera, accellera…

foto-7E così quel che era esploso si ricompone accelerando ancora, per riesplodere e ricomporsi nuovamente, accelerando e aumentando sempre più la sua energia…

A questo punto succede qualcosa di strano e misterioso. La stella comincia a risucchiare la sua materia e le polveri e l’elettricità e tutto quello che trova vicino a sé. E si rimpicciolisce fino a implodere nel suo stesso cuore, sparire nella sua stessa luce. Diventa un buco nero. Un non si sa che. Un posto così profondo, così buio, e tanto fermo che potrebbe anche essere l’inizio del mondo. Il cominciamento di tutte le stelle, di tutte le cose che stanno nel cielo e sulla terra. Il cominciamento di ogni movimento. Il cominciamento di me e di te.

In molti si adoperano per spiegare questo fatto, in tanti modi, con grandi e grandiose teorie, ma non bastano tutta la scienza e la fantasia del mondo per figurarsi cosa, in quel momento, di fine e di inizio insieme, accade veramente. Solo le stelle lo sanno.

E tutta la scienza e la fantasia del mondo non bastano nemmeno per spiegarci da dove veniamo io e te. Ma forse le stelle, che abitano lassù, vicino a Chi le ha disegnate, loro sì che lo sanno…

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http://www.youtube.com/watch?v=Oh9jIdPH48g

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Questa storia non ha alcuna pretesa né, tantomeno, valenza scientifica. Nasce da una reminiscenza liceale, una delle poche cose che mi ricordo (perché mi affascina moltissimo) delle mie terribilissime ore di lezione di Scienze!

La Signora Tredicipaia

– Mamma guarda ho tre piedi bellissimi
– No Sofia guarda che ne hai due di piedi
– Ma sei sicura?
– Si che sono sicura!
– Mamma secondo me tu ci vedi doppio!

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Alla Signora Tredicipaia mancava sempre un giovedì.
L’aveva cercato nella borsetta, sotto al divano, nel frigorifero e giù in cantina.
Aveva sporto denuncia al commissariato delle questioni irrisolte.
Aveva fatto richiesta al ministero dei giorni perduti.
Ne aveva parlato con le amiche, quelle che pensavano di avere tutti i giorni pari al posto giusto.
Ogni primo mercoledì del mese la Signora Tredicipaia andava dalla Madonna della cause perse a chiedere di poter ritrovare il suo giovedì.
Con il cuore affranto, non riceveva risposte da nessuno ormai da anni.
Né dal commissariato delle questioni irrisolte, men che meno dal ministero dei giorni perduti, le amiche erano troppo impegnate a vantarsi di avere tutti i loro giorni pari al posto giusto e persino la Madonna delle cause perse sembrava essersi dimenticata di lei.
Ogni giorno della sua vita, da quando aveva perso il suo giovedì, aveva cercato, pregato, sperato. Con un’unica idea fissa nella mente: ritrovare ciò che aveva perduto.
Era il primo mercoledì del mese di maggio, la Signora Tredicipaia si era fermata più a lungo del solito ai piedi della Madonna delle cause perse, solo lì il suo cuore ferito non provava alcuna vergogna e trovava un poco di ristoro e di comprensione.
Era uscita dalla piccola chiesa con le lacrime tiepide che le rigavano le guance secche.
Quella bimba con gli occhi grandi e accesi come la prima stella della sera le era venuta incontro saltellando:
Guarda Signora, ho tre piedi bellissimi! – le aveva canticchiato piena d’orgoglio la bimba
No bella bimba, guarda che, come tutti, ne hai due di piedi – le aveva risposto seria seria la Signora Tredicipaia
Ne sei proprio sicura triste Signora? – aveva ribattuto ancora più seria la bimba
Ma certo! – aveva esclamato stupita la Signora Tredicipaia
Triste Signora secondo me tu ci vedi doppio! – e con un sorriso grande come il cielo la bella bimba aveva salutato la triste Signora ed era volata via.

La Signora Tredicipaia aveva ripreso il suo cammino verso casa sfiorando i muri delle case con la punta delle dita. Respirava l’aria opaca del tramonto. Sorrideva. Niente mai le era mancato.

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